Parco Archeologico della Sibaritide, dopo il fango e i proclami politici, regnano solo degrado e abbandono 

Ieri durante la trasmissione televisiva Striscia la notizia è andata in onda l'ennesimo scempio

Quando le immagini valgono più di mille parole, purtroppo.

Ieri la nota trasmissione Striscia la notizia ha mandato in onda un servizio che poteva anche contenere sole le riprese video senza l’aggiunta di alcuna frase, sarebbe stato ugualmente efficace.

Ma infatti stavolta l’inviato non ha usato parole roboanti o particolarmente caustiche, anzi, a parte un intervento che interpretava Aristotele, sembrava un normale servizio da telegiornale.

Stiamo parlando del Parco archeologico di Sibari, completamente abbandonato a se stesso, ancora pieno di fango, immondizia e nessun custode o controllo.

I proclami dei mesi scorsi parlavano di 18 mln di euro stanziati dal MIbact per il recupero dell’importante zona, poi si è parlato di inizio dei lavori per togliere il fango dopo le alluvioni degli anni passati, ma niente.

Le immagini sono impietose. Una delle tante vergogne di Calabria a dispetto di tante cose e persone positive che stentano a primeggiare e a emergere definitivamente.

Il Parco Archeologico di grande importanza storica si estende per 168 ettari e si trova al km 25 della strada statale 106 Ionica che l’attraversa tutto in direzione nord-sud. Si tratta del sito di una delle più ricche e importanti città della Magna Grecia, i cui reperti sono conservati nel Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide.

La zona fu il centro della civiltà degli Enotri, che ebbe la massima fioritura nell’Età del Ferro, prima dell’arrivo in Calabria dei coloni greci d’Acaia nel 730-720 a.C. I Greci fondarono Sybaris, fiorente centro commerciale in cui transitavano le merci provenienti dall’Asia Minore.

La sorte di Sibari fu segnata dalla guerra contro un’altra importante città greca, Crotone, che culminò con la battaglia del Traente (510 a.C.) e un assedio di settanta giorni, a seguito del quale il sito fu distrutto e allagato dalla deviazione del fiume Crati.

I sopravvissuti fondarono, nel 444 a.C., la nuova colonia di Turi, sullo stesso sito, progettata dal famoso architetto Ippodamo di Mileto. Nel 194 a.C. la città fu fondata nuovamente come colonia romana, col nome di Copiae, che fu poi cambiato nuovamente in Thurii. Continuò a essere importante fino al Medioevo, quando fu definitivamente abbandonata.

I suoi resti vennero individuati nel 1932 e tuttora sono in corso diversi cantieri di scavo. Gli insediamenti protostorici sono testimoniati dai siti di Castiglione di Paludi (resti di una necropoli dell’Età del Ferro, databile al IX-VIII secolo a.C.); è evidente l’impianto ellenistico, con strade che si intersecano ortogonalmente, mentre è scomparsa quasi ogni traccia della città precedente. L’area del Parco Archeologico è divisa in settori, ognuno dei quali è identificato col nome del cantiere di scavo: “Parco del Cavallo”, “Prolungamento Strada”, “Casabianca” e “Stombi”. Nel “Parco del Cavallo” restano i resti più significativi dell’età romana: un quartiere organizzato in due grandi plateiai e un teatro; nella zona “Casa Bianca”, invece, si trova una sezione edificata nel IV secolo a.C., con una torre circolare.La Calabria attende.