“Emanuele nella battaglia”, l’esordio letterario del regista Daniele Vicari per Einaudi

Sosteneva Freud che i personaggi di un romanzo sono l’incarnazione di parti dell’Io dell’autore e che quindi nessuno scrittore può non essere autobiografico. In “Emanuele nella battaglia”, esordio letterario del regista Daniele Vicari -venerdì scorso a Cosenza ospite del premio “Mario Gallo” che vinse nel 2013- si parte da un fatto di cronaca nera che è al tempo stesso storia di cesura della apparente tranquillità di una comunità di cui proprio l’autore fa parte. Il luogo geografico potrebbe essere imprecisato: la provincia è uguale a sé ad ogni latitudine, nel suo ripiegarsi incessante in un tempo sospeso. “Lo strumento del racconto viene dettato dal tipo di racconto che si vuole fare”, afferma l’autore, “fin dall’inizio avevo in mente il tipo di storia che volevo raccontare: ho cominciato parlando col padre di Emanuele, ragazzo ucciso barbaramente nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 2017. Inevitabilmente, visto il mio background da regista, la scrittura è visiva, le parole sono arrivate in maniera fluente. Non mi andava di mettere nessuno strumento tra me e queste persone, piegate dal dolore e dalle difficoltà che la famiglia vive dopo l’uccisione del proprio caro: presupponeva un grandissimo rispetto di quella sofferenza. Per questo stavo seduto ore ad ascoltare e, per non turbare chi quel dolore lo stava vivendo, solo alla sera scrivevo a casa quello che mi raccontavano”. L’autore decide di lasciare in forma scritta quel racconto che trova proprio in Alatri uno dei suoi protagonisti: “l’Italia è una grande provincia e lo stile di vita è abbastanza comune: tutto sommato non ci sono delle differenze profondissime da un luogo all’altro. Ho trovato in questa città un’umanità molto ricca e piena di contraddizioni fino allora celate e poi improvvisamente esplose all’indomani dell’omicidio di Emanuele. Per questo ho deciso di raccontare una comunità che attraverso questa crisi cerca se stessa che è poi per me paradossale elemento di speranza. Ad esempio Melissa, la sorella della vittima, nel tentativo di capire perché Emanuele sia stato ucciso così barbaramente, si catapulta in una realtà che pensava di conoscere, ma nel quale in realtà non si riconosce più.

È lei a condurci in questi luoghi e ce li fa vedere da un punto di vista inusuale, ma cruciale, per meglio comprendere le pieghe di questa tragedia. Melissa, ed insieme a lei la madre stanno portando avanti una battaglia affinché si chiariscano le dinamiche che hanno portato all’uccisione del proprio caro. Queste due eroine ci aiutano a capire perché la società produce tale violenza e quale senso essa abbia”. Una provincia messa sotto la lente dei media, uno scavare compulso tra le vie e i racconti della gente e poi, d’imorovviso, l’oblio a fagocitare l’ennesimo fatto di cronaca nelle brevine dei giornali: “Vedere dal di fuori gli effetti dei media su una realtà dai contorni così fortemente drammatici sconcerta e sconcerta perché penetra prepotentemente con dinamiche distorsive dentro quella società, si insinua all’interno della famiglia e anche tra la famiglia e i fatti accaduti e poi, altrettanto prepotentemente, se ne disinteressa facendo precipitare quelle persone in buio colloso. Questo porta il padre, la madre e la sorella a vivere una seconda volta quella tragedia, quella perdita che è fisica, emozionale, psicologica”. E in quel momento che Vicari decide di dare voce a quel dolore, a quell’essere di nuovo orfani di un figlio, di un fratello e ora anche di un contesto di solidarietà che fino ad allora li aveva protetti: “Proprio durante questo periodo di buio cerchiamo di riportare alla luce delle questioni che all’apparenza sembrano dettagli, ma in realtà sono molto significativi. Oggi Alatri, come gran parte delle città dei centro-sud, vive una specie di sospensione: il passato non è ancora completamente passato, il futuro non è ancora a portata di mano e il presente è molto problematico. Le tracce del passato sono fortissime non solo nell’ambiente, ma anche nella coscienza delle persone. La Ciociaria è un luogo straordinario: da qui sono passati Zavattini, De Sanctis, De Sica, Purificato. Oggi però questa terra è più povera, come se non avesse più voce per raccontarsi. E quando accade una tragedia come quella di Emanuele, improvvisamente ci ricordiamo che esiste anche un posto così. Credo che stiamo vivendo un periodo di grande cambiamento e dentro questo cambiamento è necessario trovare una via d’uscita. La vicenda di Emanuele ci interroga anche su questo in qualche modo”. Altro protagonista silenzioso di questa storia è Giuseppe, padre della vittima, amico della famiglia di Vicari che in un paese vicino ad Alatri possiede un bar, tappa d’obbligo per Peppe e suo figlio dopo essere andati a caccia: “Conosco Morganti da più di trent’anni. Quando i miei aprirono il bar lui fu uno dei primi avventori. Portava con se anche Emanuele che conoscevo sin da piccolo. Peppe rappresenta molto bene il suo territorio: è una persona cresciuta giocando con i residui bellici, con una grandissima passione per la caccia. Nonostante sia molto distante dalle sue abitudini ciò non mi ha impedito di instaurare un rapporto molto profondo con lui. La sua è una figura molto silenziosa, attraversa tutto il libro e rappresenta appieno la figura del pater familias così come è oggi: una entità in profonda crisi che non riesce ad affrontare fino in fondo, in maniera razionale, gli eventi che lo travolgono. Per certi versi, le donne della famiglia Morganti hanno qualche strumento in più, dimostrano una tenacia maggiore nell’affrontare pubblicamente questa vicenda. In uno dei nostri incontri è proprio Peppe a dirmi: non so come fanno. Ecco, io mi riconosco molto in questa sua affermazione e credo che, nonostante ciò sia un aspetto non molto razionalizzato nel libro, è elemento fondante: Melissa e Lucia sono le protagoniste del racconto. Le donne, è indubbio, hanno una forza in più rispetto certe questioni”.

Simona De Maria