Morti da lavoro e “crimini d’impresa”: quando il tumore fa comodo che arrivi per caso…

La stragrande maggioranza dei casi di neoplasia trova corsie preferenziali (a basso costo) nell'indennità Inps ma in pochi sanno (o vogliono sapere...) che ci si può ammalare dopo anni anche per l'ambiente in cui si lavora e si è lavorato. Ottenendo “giustizia” molto più remunerativa dall'Inail

Si parla tanto (e giustamente) delle morti sul lavoro e, invece, le più numerose ed atroci morti bianche, generate dai tumori alimentati dall’ambiente lavorativo, cadono nel dimenticatoio, forse perché le prime hanno maggiore impatto mediatico e sono immediatamente percepibili come ingiuste ed inumane.
Perché su questi veri e propri “crimini d’impresa” si registra un assordante silenzio, perché le morti da tumore non vengono indagate clinicamente e giuridicamente come morti da lavoro? Eppure i casi in Calabria non mancano, tutt’altro.
La risposte sono molteplici: 1) le neoplasie si manifestano dopo molti anni dalla contaminazione dei prodotti cancerogeni utilizzati nel processo produttivo o presenti nell’ambiente di lavoro; 2) l’ammalato, privo di adeguate informazioni sui rischi lavorativi, mai informato dal sindacato a cui era iscritto, non penserà mai che potrebbe trattarsi di malattia professionale; 3) il medico specialista doverosamente si preoccupa solo di cercare di curare la malattia o di alleviare le sofferenze; 4) il medico di base, forse per impreparazione, forse per convenienza, forse per sciatteria, indirizza la pratica all’Inps, optando per la scorciatoia della invalidità civile; 5) forse perché i giudici oberati di cause di invalidità civile, al pari delle altri parti sociali, non hanno né il tempo, né la voglia di interrogarsi se la malattia sottoposta alla loro attenzione sia riconducibile al lavoro; 6) manca in generale la cultura delle effettiva tutela delle condizioni di lavoro.
Con la morte del lavoratore l’indennità di accompagnamento non viene più erogata e la vedova rimane con un pugno di mosche in mano, l’Inail ancora una volta se l’è cavata e l’Inps ha aggravato le passività di bilancio.
Tutto questo avviene per sciatteria, per impreparazione, per l’imperversare della pseudo cultura della approssimazione, oppure c’è un disegno oscuro, una abile regia disinformativa?
A noi piace pensare ad entrambe le ipotesi: non dimentichiamo che la scorciatoia dell’Inps ha fatto la fortuna economica e politica di numerose figure professionali e non (medici legali, avvocati, patronati, Caf) basti pensare alle centinaia di migliaia di pratiche facili da gestire, alle migliaia di gratuiti patrocini, al ruolo di componenti delle commissioni mediche che attribuiscono i punteggi di ogni singola invalidità.
Una inversione di rotta destabilizza lo status quo, porterebbe alla luce le colpe dei sindacati che in tutti questi anni sono disinteressati e non sono intervenuti in modo fattivo per tutelare la salute dei lavoratori.
Visto il diverso impatto mediatico tra morti sul lavoro (infortuni) e morti da lavoro (malattie) forse per le seconde è conveniente tacere. Facendo tesoro delle parole del Presidente della Repubblica pronunciate in occasione del Primo maggio, si impone con urgenza che il ministro della Salute di concerto con il ministro del Lavoro rendano obbligatoria l’anamnesi lavorativa per i medici che redigono la cartella clinica e per quelli che inviano all’Inps i certificati per l’invalidità civile e di richiedere all’Inail di indagare la possibile patogenesi lavorativa, per rendere più facile all’ammalato il compito di richiedere la rendita Inail.

Geronimo