Azienda Zero, condanne 2 (assoluzioni una): la sfida difficile del “talento” Profiti…

Il super manager “vaticano”, con passato nella sanità ligure e inciampi giudiziari (il più noto il cosiddetto “attico di Bertone”) viene da una carriera sfavillante. Oggi è lui a capo dell'ambiziosa centrale regionale

Tredici articoli. Il più ambizioso è «rialfabetizzare, processo per processo, l’infrastruttura amministrativa» del comparto sanità.
Benvenuti nell’universo Azienda Zero, partita Iva nuova di zecca (taglio del nastro a dicembre) e sfida delle sfide per Roberto Occhiuto. E poi ancora fornire direttive contabili alle varie Asp e agli altri enti del servizio sanitario regionale oltreché redigere il bilancio consolidato dell’intero comparto. Azienza Zero è chiamata anche a gestire i flussi di cassa relativi al fabbisogno sanitario e a dare «un supporto alla giunta e al commissario per il piano di rientro dal debito sulle previsioni economiche del piano stesso e la sua evoluzione».
Per chiudere in bellezza «una centrale acquisti che bandirà le gare per tutte le aziende sanitarie della regione. L’idea di fondo è quella di avere una eccellenza nel campo della contabilità e della programmazione che sgravi le aziende territoriali da compiti di gestione per permetterle di concentrarsi sui servizi».
Mica male per un’azienda nuova di zecca che deve “entrare” come può farlo una “cristalleria” tra gli “elfanti”, e non come si dice al contrario.
Al comando di questa avveniristica (e del tutto utile?) azienda è da poco Giuseppe Profiti, super manager calabrese dal curriculum brillante e dal talento più o meno innato, oltreché riconosciuto da tutti su scala nazionale. Uno di quei big della finanza che dove tocca lascia traccia, raramente si è tirato indietro e poi si sa come va a finire quando si incrociano uomini del genere, l’inciampo ci sta ed è sempre dietro l’angolo.
Giugno 2011, Giuseppe Profiti viene condannato anche in appello a sei mesi di reclusione con la condizionale. L’ex direttore delle Risorse finanziarie della Regione Liguria (all’epoca dei fatti questo era il suo ruolo), ritenuto responsabile di concorso in turbativa d’asta nell’inchiesta sulle presunte tangenti per gli appalti delle mense ospedaliere di Savona. Profiti rimane coinvolto nello scandalo delle mense dell’Asl savonese e più in generale nella storia della “Casagrande band”, comitato d’amici e d’affari che ha portato alla condanna di Stefano Francesca, già portavoce del sindaco Marta Vincenzi, dell’avvocato Massimo Casagrande, dell’ex dirigente dei camalli meglio noto come il Compagno F., Claudio Fedrazzoni e di Roberto Alessio, concittadino e amico di Bertone, segretario di Stato del Vaticano, che si vantava di avere «grandi amicizie in Curia».
Ma nonostante la condanna in appello, Profiti sale un gradino in più esattamente un mese dopo, siamo nel luglio del 2011. Ex ufficiale della Guardia di finanza, ex direttore generale delle Risorse finanziarie della Regione Liguria e presidente dell’ospedale Bambin Gesù di Roma aggiunge un’altra carica al suo già eccellente curriculum. Il Consiglio di amministrazione della Fondazione Monte Tabor gli dà piene deleghe per la gestione operativa dell’Ospedale San Raffaele, quello di don Verzè.
Profiti però ottiene giustizia, la Cassazione gli sorride annullando la condanna senza rinvio per non aver commesso il fatto. Un trionfo.
Ma nel 2017 in qualche modo si replica, per Profiti. Scende di grado il capo di imputazione ma raddoppia invece la condanna (in primo grado). Il processo vaticano per la ristrutturazione dell’appartamento del cardinale Tarcisio Bertone pagata appunto da Giuseppe Profiti con i soldi della Fondazione Bambin Gesù si conclude (a sorpresa) con un cambio in extremis dell’imputazione, da peculato ad abuso di ufficio. Un solo anno di condanna con pena sospesa per il manager bertoniano e l’assoluzione piena del secondo imputato, Massimo Spina, ex tesoriere della Fondazione.
La vicenda è più o meno nota, nota ancora di più come “l’attico di Bertone”. L’imprenditore Gianantonio Bandera fa un preventivo di ristrutturazione non certo economico, per 611.000 euro ma pratica uno sconto del 50 per cento e chiede 308.000 euro. Nel corso dei lavori, a motivo del riscaldamento a pavimento e di problemi strutturali, il costo lievita di circa 100.000 euro. Il Governatorato vaticano, a cui compete la gestione dell’immobile, fa sapere a Bertone la difficoltà a far fronte alla spesa. Profiti decide di farsene carico con i soldi della Fondazione: propone a Bertone, il quale accetta, di concorrere alla ristrutturazione spiegando che la nuova casa sarebbe stata usata per incontri e cene finalizzate a raccogliere fondi per l’ospedale pediatrico. Così Profiti paga a Bandera, tra il dicembre 2013 e il maggio 2014, fatture per 422.000 euro. L’imprenditore esegue anche lavori nelle parti comuni, per 178.000 euro, che devono essere versati dal Governatorato. Accade però che il Governatorato, oltre a questi 178.000 euro per le parti comuni, versi a Bandera a partire dal giugno 2014 – e dunque dopo i pagamenti già avvenuti della Fondazione – anche 189.000 euro per la ristrutturazione (in realtà già saldata) dell’appartamento. Resosi conto della doppia fatturazione, blocca i successivi pagamenti. Dunque Bandera incassa 422.000 euro dalla Fondazione e 367.000 euro dal Governatorato e così viene pagato due volte per gli stessi lavori. Ma non dice nulla. Il cardinale Bertone restituisce 307.000 euro al Governatorato, e 150.000 come donazione al Bambin Gesù, spendendo così 457.000 euro per ristrutturare un immobile di proprietà del Vaticano. Il Governatorato spende solo 60.000 euro e si ritrova con un immobile il cui valore è accresciuto di 600.000. Profiti non viene condannato per peculato, ma per abuso di ufficio. Un anno e sospensione condizionale della pena per 5 anni, il pm ne aveva chiesti 3. Il promotore aggiunto Roberto Zanotti, il pm vaticano, parla di «una vicenda di sorprendente di opacità, di silenzi e di pessima gestione del denaro pubblico». Chiamata a testimoniare la presidente del Bambino Gesù, Mariella Enoc, ha spiegato che, quando arrivò dopo Profiti, i documenti della Fondazione «non erano protocollati» e la corrispondenza tra Bertone e lo stesso Profiti stava in un faldone, tanto che all’inizio le sembrarono «una corrispondenza privata». Profiti subito dopo annuncia ricorso in appello (siamo nell’ottobre del 2017). Non è dato sapere il resto.
Ma conta poco, perché solo chi non fa non sbaglia e soprattutto non rischia di sbagliare. E poi con la giustizia che passa il convento…

I.T.