L’intifada Mangialavori-Tallini dietro la guerra dei “tre colli”…

Lo spostamento di “truppe” in vista del voto di Catanzaro non è banale. E nemmeno casuale. Blocchi e veti contrapposti fanno il resto. Intanto c'è da consumare definitivamente la sfida tra il coordinatore regionale e quello provinciale di Forza Italia, rinfrancato però dall'ennesima vittoria in sede giudiziaria. Non è semplice darlo per vinto...

Non fosse andato via di corsa (e chissà perché) il super vescovo Bertolone Catanzaro sarebbe persino una città qualsiasi. Solo Dio, il Papa e forse qualcun altro sanno perché è fuggito via. Non fosse stata sospesa una gara più o meno pubblica per la costruzione della nuova sede del Tar dentro uno stabile della Chiesa a prezzi evidentemente maggiorati Catanzaro, come sopra, sarebbe persino una città qualsiasi. Non fosse questo il perimetro del più grossolano e clamoroso dei circuiti di compravendita di sentenze in tribunale, con l’iconografia mercantile di Petrini a contar soldi, Catanzaro sarebbe persino una città qualsiasi. Non fosse questo l’atrio in cui per prima cosa quando s’è insediato, Gratteri, altro non ha fatto che programmare la sede nuova della procura così da interrompere il flusso di denaro verso i fitti passivi a beneficio dei privati Catanzaro, giusto come sopra, sarebbe persino una città qualsiasi.
Ma evidentemente, qualsiasi, Catanzaro non lo è per niente come città. Da intendersi, il “primato”, nel male e nel bene. Figurarsi poi quando questo po’ po’ di retroscena, retrogusti, interessi variopinti, appalti e fatture, si avvicina a passi svelti verso il primo voto vero dopo la cavalcata di Roberto Occhiuto alla conquista (scontata, ma piccante) della Cittadella.
Quando la primavera ormai sarà solo estate, questa estate, Catanzaro sceglierà il suo nuovo sindaco che certamente non si chiamerà più Sergio Abramo. E anche questa è una notizia. La prima. Un voto non banale, non semplice, non lineare nei flussi in “entrata” e in “uscita”. Perché dentro da decodificare ci sono traiettorie tipiche della città, borghesia più o meno illuminata e più o meno commerciale, poderoso impiego pubblico, forza lavoro privata che però è in “mano” a un gruppo di imprenditori (sanità compresa) che stanno anche larghi sulle dita di una mano. Molto potere in pochi codici fiscali, che siano professionali o capitani d’industria. E gran parte della partita a poker di Catanzaro sta tutta qui, non foss’altro perché poi a far due passi distensivi lungo il gradevole corso sono quasi sempre tutti amici, davvero difficile non andare d’accordo.
E poi c’è la politica, quando è andata bene sigle associative (chiamate partiti) a cui tocca la prima mossa. Il resto poi lo fa la “strada” e le urne vere, soprattutto poi a Catanzaro. Il centrosinistra, ed è questa la seconda notizia che è inedita nel suo genere, ha fatto prima stavolta. C’è Nicola Fiorita a timbrare il primo e poi vediamo se nuovo corso del Pd di Nicola Irto. Troppo presto per dirlo ora con certezza. E ha fatto anche prima, il centrosinistra, ad autoliquidare con reciproca convenienza il prof e avvocato illuminato Valerio Donato. “Troppo” per stare in un solo schiereamento, Donato. “Poco” per conquistarne uno con la forza. “Abbastanza” per costringere alla fine uno dei due a giocarsela pur di averlo. Rigorosamente trasversale nel retaggio, Donato. Nella cultura e nelle passeggiate sul corso. Ora peraltro è anche ufficialmente senza Pd che è poi passo propedeutico così da essere spendibile per tutto e tutti.
Dall’altra parte c’è esattamente quello che era il marchio di fabbrica del centrosinistra. L’intifada interna che dalla posizione sotto il tavolo, classica e comune a tutti gli schieramenti, diventa pubblica. E pubblicamente incidente. A cascata e come con le scatole cinesi, non ne vedi mai la fine anche perché le regole imposte non aiutano.
Tocca a Forza Italia la nomination? E il gran casino sta quasi tutto qui perché quello che propone Tallini, dominus del marchio e coordinatore provinciale, viene parallelamente bollato da Peppe Mangialavori, il coordinatore regionale. C’è intifada nell’intifada tra i due, lo sanno solo loro perché e non è detto che pur sapendolo anche altri lo si possa spifferare. Pare non sia per una partita di burraco andata a male. Fatto sta che il blocco e i veti incrociati nascono e muoiono qui, in questo braccio di ferro tra Vibo e Catanzaro. Chi dei due muove una pedina l’altro sparge veleno. Poi ci sono anche Mancuso e soprattutto Wanda Ferro, è chiaro. Si chiama centrodestra non a caso ma fintanto che l’intifada di cui sopra non si risolve, in qualche modo, è persino controproducente che uno o una tra Mancuso e Ferro faccia nomi, che peraltro sono stati già fatti. Servono solo per essere bruciati, magari qualcuno è pure buono ed è peccato.
E così si sta tutti fermi, per ora. Sopra il tavolo non se ne esce, al momento. C’ha provato anche Sergio Abramo a fare il nome del suo candidato ma non è andata per niente bene. Chi di telecamere e giustizialismo ferisce non è amato più di tanto a Catanzaro. Città mite che non ama il casino più di tanto. Mangialavori ufficialmente sta zitto. Tallini continua a chiedere metodi nuovi, la bocciatura di Talerico non la può far passare gratis. Soprattutto perché è fresco (Tallini) di riabilitazione giudiziaria (l’ennesima) e la testa ci mette un bel po’ in questi casi a non ringalluzzirsi più di tanto.
Sulla carta l’intifada la dovrebbe risolvere l’alto in grado, il coordinatore regionale. Ma Catanzaro non è città qualsiasi e soprattutto Tallini non è un perdente qualsiasi. Anzi, forse non è perdente per niente, almeno non più. Tallini dietro il nuovo metodo cerca un nome nuovamente suo, e sennò di chi. Mangialavori al contrario nomi non ne fa e non parla nemmeno di metodi. Sta zitto e mostra di volersi sedere a bordo del fiume. Convinto della corrente inevitabilmente giusta. Nel frattempo Valerio Donato, “liberatosi” dal Pd, va avanti. Non si sa dove ma va avanti. Chissà se verso la stessa sponda del fiume…

I.T.