Ma cosa bolle in pentola a Catanzaro?

C'è del subliminale nel messaggio d'addio di Bertolone, l'uomo forte per eccellenza della Chiesa e della Chiesa applicata (anche) alla politica. L'appello ai regnanti della città e il saluto (irrituale) alla procura guidata da Gratteri

Non è mai un giorno qualsiasi quando l’uomo forte della Chiesa, e della Chiesa applicata (anche) alla politica, saluta tutti e va via. Senza remissioni di peccato e senza rimpianti da parte del Papa, che non impiega neanche il rito dell’invito del ripensamento pur dui non perdere altro tempo. Della serie, per Bertolone è il finale di partita. Già, ma quale partita e poi solo per lui è in previsione il finale di partita?
L’uomo forte, molto forte dentro il Palazzo della fede di Calabria con tutto quello che questo significa dalle nostre parti. Bertolone avrebbe dovuto salutare lo stessi tutti il 17 novembre da 2 mesi non sono pochi quando si è animati dallo spirito della fede e del proselitismo. Che è successo allora di così dirompente? Perché va via proprio ora Bertolone e perché il Vaticano (tutto sommato) non aspettava altro? S’è detto in modi diversi del mistero della soppressione del Movimento apostolico, azione prepotente e motivata da parte del Vaticano. Poi le esoteriche dimissioni di Luigi Renzo, dimesso per volontà del Papa. Appunto, Francesco. C’è la sua determinazione e la sua mano dietro il terremoto ecclesiastico che terremota la Chiesa di Calabria e di Catanzaro? Bertolone, come è nel suo criptico stile, usa il subliminale in alcuni passaggi della sua lettera d’addio.  «Oggi mi congedo da Voi, con i quali ho lealmente collaborato per la difesa dei beni comuni e, in particolare della legalità e della giustizia – scrive – nella comune costruzione della civiltà umana nella nostra amata Calabria. Vi ringrazio per le tante forme di vicinanza che avete voluto mostrare non soltanto alla mia povera persona, ma all’ufficio che, in nome di Gesù Cristo, ho svolto in questi dieci anni nel nostro territorio. “La vita è sogno”, la più famosa tra le commedie di Pedro Calderón de la Barca, può fungere da sigla del nostro A-Dio: il sogno di una società più giusta, più amica della natura, senza mafie, né corruzione e né sopraffazioni, capace di un abbraccio collettivo, di un annuncio di misericordia a chi sconta pene in carcere, rimettendo al centro di tutto passione, lungimiranza, soluzione dei problemi e politica seria. Ci sono i sogni soltanto onirici e i sogni profetici, quelli che lo Spirito Santo invia per prefigurare un cambiamento. Ecco il sogno e la speranza profetica per i nostri tempi qui in Calabria: costruire un’altra società fondata sul rispetto e l’aiuto reciproco, sulla speranza per i giovani e sulla consolazione per gli anziani e gli emarginati». Poi il saluto anche un po’ amaro ai cattolici. «Ed i cattolici, che non debbono fare solo gli spettatori o le comparse, continuino a dare, come mi sono sforzato di fare anch’io con le mie umili e quasi nulle possibilità, il loro contributo, sprigionino le energie umane e spirituali migliori da offrire come forma di servizio non solo agli italiani, ma all’Europa e al mondo, dal momento che noi cristiani, vescovi, preti, consacrati e laici, viviamo non fuori, ma dentro la città. In questo senso, facciamo politica». Segue il saluto ai sindaci del suo ministerio, Catanzaro e Squillace, con l’esortazione a dare la sveglia a Catanzaro, perché possa essere amministrata da chi ha a cuore il bene comune e segue, infine, il saluto (anche irrituale) alla procura di Catanzaro e al suo indiscusso capo. Con tanto di ringraziamenti… «Saluto e ringrazio – continua il presule – il procuratore della repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri e il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla: con la loro solerte, instancabile e indipendente attività investigativa, cercano di frenare sul nascere l’attecchimento della zizzania criminale, mafiosa e corrotta, che attossica il buon campo della città e della provincia, corrodendone il grano e i frutti buoni, il presidente del Tribunale, della Corte d’Appello, i direttori degli istituti penitenziari, i responsabili dell’Esercito italiano, dei vigili del fuoco, della polizia municipale, delle associazioni di volontariato di ogni ramo».  Ma quante cose ha detto, in un’unica lettera d’addio, Vincenzo Bertolone? Un messaggio alla sua Chiesa, un altro ai regnanti di Catanzaro, un altro alla procura. Non è un addio qualsiasi quello di Bertolone dalla città capoluogo. Per niente. Se la Chiesa non fosse (soprattutto) un istituto di fede potremmo dire che ha lasciato il campo anche più di un presidente di Regione. Tanto più per uno come lui, col “pallino” della intromissione sociale e politica della Chiesa, ha sempre “sognato” (e forse più volte realizzato) il suo ingresso nelle partite che contano e hanno contato. Ma perché ha lasciato? Il Movimento apostolico? Le dimissioni di Renzo volute dal Papa? C’è di mezzo forse quel gran pasticciaccio della nuova sede del Tar Calabria, immobile edificato a prezzi esorbitanti su di un terreno della Curia e finito nelle maglie dei ricorsi e chissà, anche della procura? Tant’è. Sa solo Bertolone perché era questo il momento dell’addio. Lo sa lui e il Padre eterno, ovviamente…

I.T.