Scaricare tutto su Salvini, l’ultima “tentazione” della Cittadella

Fa rumore assai la pesante sconfitta di Minicuci a Reggio. E tornano presto a galla i dissapori interni sul profilo del candidato che Cannizzaro e Santelli non volevano per la sfida con Falcomatà

«È una vittoria storica perché partivamo da condizioni di partenza molto difficili con un centrodestra che alla Regionali qui aveva avuto il premio di maggioranza. Fare la campagna elettorale con le discariche chiuse e i rifiuti per strada non è stata la più facile delle cose».
Come dare torto al fresco sindaco riconfermato di Reggio Calabria, una quindicina di punti sopra lo sfidante (perdente) di centrodestra. Del resto se metti due urne anonime sul lungomare e le dividi tra destra e sinistra si sa molto bene chi stravince alla conta. Ma Peppe Falcomatà ha sempre saputo bene su chi e cosa contare e non a caso sotto sotto non ha mai pensato di perdere. Il suo cognome e il suo profilo, certamente, hanno pesato. Non di meno però l’impatto algido e impalpabile del suo sfidante, catapultato lungo lo Stretto nel peggiore dei modi e messo in condizioni di giocare la peggiore delle partite. Non lo voleva Ciccio Cannizzaro. Non lo voleva Jole Santelli. Non lo voleva Tilde Minasi. Solo per dirne qualcuno. Il ventre reggino della Lega e l’intera regnanza regionale e parlamentare di Forza Italia non ha mai digerito il diktat di Matteo Salvini, Minicuci doveva essere il candidato e Minicuci è stato, più o meno contro tutto e tutti. Cannizzaro è arrivato persino a sfiorare l’idea di una candidatura “altra”, diversa, di disturbo fosse anche la sua pur di differenziarsi. Poi il quadro è stato ricompattato e lo stesso Cannizzaro è stato tra gli ultimi sul palco ad esibire il suo viso a fianco a quello di Minicuci, al contrario di tanti altri. Perché il quadro, alla fine, s’è compattato per davvero all’interno del centrodestra ma a progetto, “salvo buon fine”, non fosse altro per un cinico calcolo che in politica ci sta tutto, il “mare” di euro e di potere derivanti dai soldi che incasserà Reggio Città Metropolitana. Della serie, c’era posto e sedie per tutti e per tutti gli appetiti. Senza amore, senza stappare poi chissà quante bottiglie di champagne. Ma il partito di regnanza regionale non avrebbe messo un cappello solo sopra la vittoria eventuale di Minicuci ma persino due, finendo per intestarsi una unità del centrodestra essenziale per vincere la principale delle città calabresi e tra le più importanti al turno di ballottaggio nel Paese.
La vittoria (stravittoria) di Falcomatà cambia invece il quadro e ribadisce la luna fortunata di Zingaretti (che incassa, a volte suo malgrado, con il minimo sforzo). Il centrodestra è sonoramente battuto nel perimetro urbano notoriamente più a “destra” e ora, il partito della regnanza spesso anche trasversale, tenta l’inevitabile colpo. Ha perso sostanzialmente Minicuci, si sente già da lontano. Profilo da burocrate inadatto alla sfida, il supporto biografico. E poi, ciliegina di partito, ha fatto tutto Salvini che qui al Sud ha sbagliato tutto perché mal consigliato e perché non accetta che è Forza Italia a dover menare le danze.
C’è qualcosa anche di vero in una tesi difensiva del genere. Che Salvini debba rivedere strategie e colonnelli, emissari e vicepresidenti della Regione (impresentabili) è più vero che verosimile. Il resto però è forzatura. Una strumentale forzatura. È lo “schiaffo del soldato”. Si vince insieme e si perde da soli e chi resta in coda deve indovinare da dove arriva la sberla. Su di una poltrona comoda s’è sdraiato il partito della regnanza della Cittadella, spesso e volentieri trasversale e certamente cinico. Se Minicuci avesse vinto avrebbe vinto di più perché decisivo, nonostante il poco amore. La batosta invece, è tutta sua e di Salvini. Hanno perso solo loro. E di chi sennò. Lo avevano detto in tutti i dialetti che quel candidato non andava bene e nonostante l’impegno di tutti…

I.T.