Il “miracolo” di Callipo: “spacca” più quando non c’è che quando c’è…

Dietro il plebiscito in consiglio regionale che ha respinto le sue dimissioni faide vecchie e nuove, tatticismi, posizionamenti. E quei 3 che hanno votato a favore...

Sembra un plebiscito, ma non lo è per niente. 24 voti contro 3, dimissioni di Pippo Callipo respinte. A leggerli così, i numeri, sembra quasi che l’aula non possa fare a meno di lui e del suo incedere ma forse vale per tutto e tutti il finalino della dichiarazione di voto di Giuseppe Aieta, tra i 3 favorevoli all’accoglimento delle dimissioni. «Non mi presterò al festival dell’ipocrisia, rispetto il ruolo delle istituzioni…». Della serie, si è grandi e vaccinati abbastanza per decidere se, come e quando andar via e si è soprattutto molto grandi per non doversi per forza prendere in giro. Perché tra i 24 che hanno votato contro le dimissioni di Callipo, ad alzata “vera” di mano, forse ce ne sono un paio o 3 al massimo che lo stimano per davvero e lo vorrebbero ancora tra i banchi. Per il resto è tattica, posizionamento, benzina da lanciare nell’altro campo, palla da rinviare in calcio d’angolo, persino paura che dietro il perdurare del silenzio sulle motivazioni si possa alimentare una campagna di delegettimazione a 360 gradi di tutto il consiglio regionale.

Mai visto un Callipo che “spacca” così, nel senso che penetra e fa parlare di sé. Non ci è riuscito né quando si è candidato (perdendo) nel 2010 né quando ci ha riprovato (perdendo ma autofinanziandosi) a gennaio. Un Callipo per certi aspetti inedito, più popolare e temuto che mai ma solo quando ha “minacciato” di andarsene.

Deve essersene accorto qual marpione di Mimmo Tallini, il presidente del consiglio. Che con il pelo sullo stomaco che si ritrova, unito all’esperienza e alla visione speculativa, ne fa uno dei big in aula in termini di scaltrezza. Il suo incipit è tutto un programma, un manifesto a proposito del “tutto tranne Callipo” tra gli interessi veri… «Tutti i partiti – ha detto Tallini – hanno deciso di respingere le dimissioni. Si tratta di un gesto di sensibilità istituzionale: non è mai accaduto nella storia del regionalismo calabrese che il capo delle opposizioni abbandoni dopo 4 mesi la postazione istituzionale che gli hanno conferito migliaia di calabresi. Non ho condiviso le motivazioni con le quali Callipo ha motivato le sue dimissioni. Credo che la decisione di Callipo sia arrivata per il dispiacere provocato dagli attacchi dell’antipolitica da salotto impegnata sempre a inventare complotti. Credo che Callipo debb concedersi un momento di riflessione prima di assumere ogni decisione».

Tallini si gira e si rigira nel letto la notte perché non sa che farsene del consiglio se non c’è più Pippo Callipo? O forse Tallini intravede nel capo dell’opposizione che va via il tramonto di una dialettica democratica in aula che gli è invece essenziale? Può darsi, ma può darsi anche di no. Più verosimilmente Mimmo Tallini, come un cane da tartufo, annusa che nell’altro campo vanno nel panico su questo tasto perché le dimissioni di Callipo sono una mina ad altezza delle parti basse. Nessuno sa perché, nessuno lo rintraccia più, nessuno sa come uscire anche mediaticamente da questa situazione. Tallini, addirittura, potrebbe intravedere un tramonto complessivo della credibilità dell’aula, trasversalmente intesa, se Callipo non dice una parola sul perché sbatte la porta e da esperto marinaio alza il livello d’attenzione e “pretende” che il resto della maggioranza si adegui di conseguenza. Non a caso gli unici 3 che votano contro il prebiscito, che plebiscito non è, sono tutti di estrazione centrosinistra (anche se posizionare mensilmente Flora Sculto non è facile). Di Aieta abbiamo già detto, non si allinea «al festival dell’ipocrisia». Detta in altri termini, io non ti volevo caro Pippo e non ti voglio nemmeno oggi ma almeno sono coerente ieri come adesso. Poi ha votato a favore delle dimissioni Flora Sculco, il cui posizionamento in aula è da monitorare costantemente. E poi c’è il voto a favore delle dimissioni che pesa di più, quello di Luigi Tassone del Pd. In netto contrasto con il resto del partito che invece ha votato compattamente contro le dimissioni, con il chiaro intento di ricavarci una “mediatica” spiegazione prima dell’addio (poi si accomodi pure fuori). Perché Tassone ha preferito distinguersi dal resto del gruppo “guidato” da Mimmo Bevacqua? Anche lui come Aieta ha preferito non partecipare al festival dell’ipocrisia? O ci sono altri perché dietro il distinguo?

Una cosa è certa, dopo una seduta dell’aula a tratti surreale e iniziata con 5 ore di ritardo. Il “miracolo” è compiuto per davvero. Se si votasse ogni volta sulle “ceneri” (politiche) di Callipo e non sulle sue fortune (sempre politiche) non ci sarebbe partita per nessuno. Vincerebbe a mani basse…

I.T.