La figuraccia di Invernizzi nel giorno di Tallini (e del consiglio “pentito”…)

Il segretario della Lega piomba a Reggio per far finta di “cazziare” i suoi ma in maniche corte (maglietta gialla) non lo fanno entrare a Palazzo (ci pensa poi Spirlì con una forzatura). Spazzata via la modifica del contributo volontario ma il presidente del consiglio si toglie più di un sassolino: tante forze coalizzate nello stesso momento per soffiare sul fuoco, mentre la vera “manona” che ha operato il blitz è rimasta in silenzio...

Il prologo “iconografico” di una delle più ipocrite sedute di Palazzo Campanella lo offre Cristian Invernizzi, segretario regionale della Lega. Che con scopi non meno ipocriti era arrivato a Palazzo, “cazziare” i suoi per aver votato la famigerata legge sui (finti) vitalizi senza accorgersi però che per uno che di mestiere fa (o dovrebbe fare) il segretario non è male accorgersi post mortem che ognuno va per cazzi suoi sotto il Carroccio di Calabria. Ma c’è un siparietto che rende ancora più surreale l’incursione (ipocrita) di Invernizzi. È vestito alla Salvini, ma in forma ridotta e più colorata. Maniche corte e maglietta gialla ma per entrare in consiglio regionale occorre almeno una giacca. Le guardie lo fermano e non lo fanno entrare, non basta l’esibizione della quota di potere. Finché non ci pensa il vicepresidente della giunta Spirlì ad inventarsi una delle sue. Invernizzi, in barba al protocollo, può entrare anche se non è dato sapere con quale scusa. Difficile far passare una maglietta per una giacca, forse gliene hanno rimediata una. Dopo di che “tirate” le finte orecchie ai consiglieri della Lega (con Mancuso relatore del provvedimento di revoca della legge) Invernizzi immagina di aver risolto il problema interno e di aver dato una immagine virile e corpulenta al Carroccio. Ma a parte il giallo canarino della maglietta e la guardia che lo ferma al portone non si rintracciano figure nobili per un partito che più “scollato” e fuori controllo non si può, da queste parti.
Il resto, della giornata, è tutto per la celebrazione del “pentimento” del consiglio regionale. Di tutto il consiglio regionale. Che deve però al suo interno giocare una doppia partita, mica da poco. Far passare l’immagine del ravvedimento, così da scontare qualche peccato sui social. Ma al contempo non ammettere quello che non si può ammettere perché, secondo Tallini, «solo fesserie fin qui, nessuno ha reintrodotto i vitalizi perché non esistono più. Si è solo dato seguito alla legge nazionale sul sistema contributivo, peraltro già approvata l’anno scorso. Ma verificata la volontà unanime dei partiti si procede all’abrogazione di una legge per profili non emersi anche a causa dell’inserimento di pratiche non all’ordine del giorno, per il ristretto spazio per il dibattito e anche per una mancata relazione che a posteriori questa presidenza si sente di censurare». Rileggere, in esegesi, non guasta mai. Tallini non arretra di un metro rispetto alla non reintroduzione di alcun vitalizio. Conferma che s’è creata immediata convergenza di tutti per annullare la variazione alla legge precedente ma poi si toglie il sassolino più sassolino che c’è. «Il tutto si è verificato a causa dell’inserimento di pratiche non all’ordine del giorno». Tradotto, Tallini non si aspettava quella sera il blitz dei 120 secondi. Non se lo aspettava nemmeno lui. Altro non dice, né può. Figurarsi poi l’identikit dell’ispiratore del blitz, scatterebbe subito una crisi di maggioranza. Però non è difficile, pur in questa confusione “generale”, rintracciare delle coordinate dietro le parole di Tallini. «Si tratta di un atto di responsabile umiltà – ha detto ancora il presidente del consiglio regionale – capace di ammettere errore di analisi e valutazione. Non cancelliamo un peccato originale, ma prendiamo atto della responsabilità che abbiamo come assemblea legislativa. Una responsabilità che non ci concede di sbagliare neanche in buona fede».
Dopo di che Tallini lancia poi la sua furia cieca contro «l’attacco concentrico basato su fake news, falsità, bugie inaccettabili e fantasiose ricostruzioni. La più colossale è quella che ha parlato del ripristino dei vitalizi, in realtà i vecchi vitalizi sono stati aboliti fin dal 2011 con un risparmio da un milione e 900mila euro all’anno. La norma che abroghiamo non incide sulla normativa vigente se non per profili marginali».
«Ci siamo trovati davanti a un singolare cartello utilizzato in perfetta malafede per infangare e demonizzare il consiglio regionale; un triste cartello di sciacalli, paladini dell’antipolitica, sostenitori della prima repubblica e giornalisti che si cimentano in fantasiosi racconti e manine che scompaiano e anche candidati alla presidenza. Una singolare coincidenza di interessi accomunati da sentimenti di rivalsa e dall’odio con obiettivi non proprio nobili. Anche leader nazionali della mia parte politica – dice ancora Tallini – non hanno approfondito quanto accaduto prima di lanciarsi in attacchi populisti. Occorre un’operazione verità: nessun ripristino dei vitalizi, ma questo consiglio ha operato una riduzione di 3 milioni di euro nel bilancio di funzionamento di oltre 360mila euro ai costi dei gruppi».
Il resto del dibattito è il dibattito che non c’è. E cioè il coccodrillo che si volta verso la sua coda e non sa se piangere. Dal capogruppo del Pd Bevacqua che si scusa per aver firmato quel “blitz” così da trarre in inganno Callipo e i suoi. All’imbarazzo di Di Natale per non saper scegliere se passare per inesperti o in malafede. E poi il gioco facile di Irto, che non l’aveva votata la legge. La furia di Pitaro, di Molinaro, lo sdegno post mortem di Tassone, la proposta di “tagli” di Aieta. Chi ha trovato parole ci ha messo il suo timbro nel giorno del consiglio “pentito” ma anche “pentito a metà”, a seguire la linea di Tallini. Perché mai come stavolta è stata la confusione a regnare sovrana. Una confusione “generale”…

I.T.