Fiction commissioni, si dimettono tutti i vicepresidenti

La minoranza in consiglio regionale (che aveva abbandonato i lavori) decide di lasciare vuote le poltrone. Ora si deve ripassare dall'aula e non è chiaro se si debbono rivotare anche i presidenti. Il caso, non solo politico, della semipermanente antindrangheta...

Dimissioni di massa. Post mortem, cioè a ragion veduta. Ma l’operazione politica è concordata e c’è tutta. L’intera minoranza in consiglio regionale nel pomeriggio del sabato di Salvini decide di annunciare la diserzione organizzata dalle commissioni regionali appena votate. Lasciano le sedie vuote tutti i vicepresidenti, quota istituzionale in dote all’opposizione. Già eletti in un clima surreale (dopo aver abbandonato l’aula e con un voto a testa che gli è stato fatto recapitare dai consiglieri di maggioranza, ovviamente come da accordi) ora scelgono il contropiede perché con le commissioni in blocco senza più i vice come minimo c’è da ripassare in consiglio per capire il da farsi. Non è chiaro se si debbono e si possono rivotare solo i nuovi vice e se poi non si ricomincia daccapo con la fiction organizzata. Quel che è certo è che “storte” sono state geneticamente congegnate, queste commissioni, e in modo ancor più “storto” rischiano di venire alla luce senza contare che a destra come a manca solo e soltanto polemiche ci sono attorno. Ma tant’è, con ogni probabilità ora palla al centro e di nuovo grande scazzottata in aula perché molti conti ancora non tornano e la mossa della diserzione di massa questo mestolo vuole girare nella pentola. Oggi pomeriggio Bevacqua (Affari istituzionali), Sculco (Bilancio), Notarangelo (Sanità), Guccione (Ambiente), Pitaro (Riforme), Tassone (Agricoltura e turismo) e Aieta (antindrangheta) e Pippo Callilo, levano le tende lasciando in mutande tutte le commissioni. Che sia una mossa dalla genesi strumentale pochi dubbi, è il caso politico che si vuole far deflagrare ma meno chiaro è quale caso in particolare perché in un giorno solo il centrodestra (ma in quota minore anche l’opposizione) ne ha maneggiati parecchi. Ovviamente, manco a dirlo, è il caso della commissione semipermanente antindrangheta a vestire i panni simbolici del gran casino. Il caso più caso che c’è, tutto paradossale e dall’inizio alla fine. Il blocco granitico di governo la destina a Sainato, consigliere di Fratelli d’Italia e subentrato a Creazzo (drammaticamente coinvolto in una pesante inchiesta giudiziaria). A questo punto sembra tutto risolto ma squilla il cellulare di Pietropaolo e parte la retromarcia. Giorgia Meloni in persona ordina ai suoi di non toccare quella commissione. Non la vogliono. Le chiavi di lettura si inseguono e non sono edificanti, ovviamente c’è anche quella politica che recita di un malcontento di Fdi perché con la semipermanente in mano non si sente appagata, gli accordi erano altri. Ma l’antindrangheta non è una semipermanente come le altre, manipola argomenti delicati ed espositivi che vanno maneggiati con cura. Prende piede insomma anche un’altra chiave di lettura e cioè che è una commissione che per l’importanza simbolica che riveste, ma solo simbolica, porta più rogne che benefici per cui meglio stare alla larga (hai visto mai dopo il caso Creazzo). Senonché iniziano a serpeggiare dubbi proprio sul profilo di Sainato che però non si capisce bene perché non dovrebbe andare bene per la semipermanente antindrangheta e invece benissimo per la commissione, questa sì permanente, Riforme. Sono i consiglieri di Locri di “Iniziativa democratica” a sollevare l’anomalia. Della serie, inizia a circolare fango su vecchie inchieste giudiziarie attorno a Sainato ma siamo sicuri che questo non è un alibi? Perché Sainato è stato poi scelto a presiedere la commissione Riforme, che meno importante non lo è di certo? Già, chissà perché.
Come la giri e come la volti è un caso nel caso questo della commissione antimafia che ad un certo punto vive il suo più tragico dei paradossi, non la vuole nessuno. Finanche Tallini si mette in mezzo e la offre a Guccione che però, lentamente sia pure con fare sornione, declina l’invito e non accetta il cerino in mano. Troppo ingarbugliata, politicamente ma non solo, la faccenda. Tra dubbi, ombre, trame, intrighi e castagne dal fuoco da levare ognuno preferisce guardarsi la mano finché non tocca a De Caprio, quindi a Santelli, intestarsela. Ma la rogna politica e le ombre (strumentali) giudiziarie restano tutte. Così come resta intatto il pomeriggio in cui nessuno vuole l’antimafia, pomeriggio di cazzotti sotto il tavolo. E pomeriggio anche di grandi silenzi, oltre le urla. Il silenzio sul caso Catalfamo ha fatto più “rumore” degli altri…

I.T.