La saga della magistratura (ultima parte): il black monday

Dalla verità storica e processuale alla verità del popolo, quale futuro se il presente è costituito da aggressione ai giudici, scontri tra giudici e carabinieri che aggrediscono carabinieri? Il lunedì nero di Calabria

Con la perdita di credibilità delle istituzioni politiche e della magistratura scompaiono la verità storica e quella processuale e rimangono in vita le convinzioni della singola persona che mano a mano si trasformano in opinioni e giudizi che si ritengono veri e giusti e diventano così la “verità popolare”. Tutti inclusi, in questo “circo” di popolo sfiduciato, compreso un maresciallo dei carabinieri che prende a cazzotti un capitano che porta la sua stessa divisa. È cronaca di queste ore, purtroppo.
Ciascuno si costruisce la propria verità e presso a poco ragiona così. Se gli scandali o le inchieste non hanno risparmiato i vertici del potere giudiziario (procuratore generale della Cassazione, Csm, Antimafia etc.) ma sono divenuti un fenomeno diffuso di rilevanza statistica (tot magistrati uguale ad ics indagati, rispetto a 100 magistrati la percentuale di incolpati è pari ad y) sarà mai possibile che Cosenza o Catanzaro costituiscano una eccezione alla statistica?
Di fronte a tale marasma di accuse e controaccuse, di sostegno e di critica all’operato di un magistrato, di prese di posizioni contrarie o favolevoli per esempio nei confronti dell’operato di Gratteri, visto dai cittadini come il “salvatore della patria”, il comune cittadino porta alle estreme conseguenze il proprio iniziale ragionamento.
È portato a pensare, se nella sola città di Catanzaro dove vi sono otto organismi giudiziari (Tribunale civile e penale, tribunale delle imprese, Corte d’Appello, procura presso il Tribunale, procura generale presso la Corte di Appello, Corte dei Conti, commissione tributaria e regionale, Tar) non sono scoppiati scandali le cose sono due: o viviamo in un’isola felice, ma così non è data l’alta densità mafiosa ed il gran numero di logge massoniche coperte o scoperte, oppure è stato creato un sistema ben congegnato che impedisce alla verità di venire a galla. Quantomeno nella sua interezza, nella sua dimensione autentica. Se la verità viene soffocata o distorta le sentenze non potranno essere giuste e se non esiste più un “giudice a Berlino” non rimane, questo può arrivare a pensare un perverso quanto sfiduciato cittadino, che farmi giustizia da solo e cioè intanto non accettando nessuna sentenza. Dal pensiero all’azione il passo è breve, questo convincimento se inizia ad avere concreta attuazione porterà a colpire quel magistrato che proprio perché integerrimo e “terzo” appare, nella visione del cittadino divenuta ormai distorta e irrecuperabile, come quello più inviso o antipatico. Oppure può accadere che nella foga disperata e accecata e irrazionale di farsi giustizia da se, senza giustizia vera, si possa ricorrere alle vie brevi perché la mancanza di fiducia nell’istituzione togata ormai è irreversibile. La prima avvisaglia di questo modo di pensare, di questa verità popolana divenuta azione, si è avuta con l’aggressione subita a Cosenza dal giudice Giuseppe Greco, declassata secondo i rumors cittadini a una bega personale. Ammesso che lo fosse è un precedente grave da non sottovalutare perché conferma quanto detto prima: il cittadino che si fa giustizia da solo (magari iniziando solo a dubitare di una sentenza o a rinnegarla) non ha più fiducia negli altri magistrati e nemmeno nel Csm (se in presenza di presunta incompatibilità ambientale di un pm) ai quali, nel recente passato, si sarebbe rivolto per far valere le proprie ragioni, se fondate. Di questo passo domani toccherà a qualche altro magistrato conoscere cazzotti in viso sotto casa ma il messaggio è chiaro ormai, l’organo supremo (il Csm) non è più visto come ultima istanza. E come potrebbe esserlo diversamente.
Nel “lunedi nero” della magistratura calabrese c’è molto proprio del Csm con l’audizione del procuratore generale Lupacchini sul caso Gratteri (audizione che il pg vuole sia pubblica ma che non è dato sapere se è stata concessa). Lupacchini deve rispondere del provvedimento aperto a suo carico per le affermazioni circa le inchieste del procuratore Gratteri, definite dai microfoni di Mediaset “evanescenti” e spesso soggette a sbalzi umorali. Gratteri non avrebbe informato il suo “capo” distrettuale e istituzionale (Lupacchini appunto, che ha pure aperto una pagina facebook per commentare in negativo le iniziative del pm) degli arresti di Vibo e da qui le affermazioni pesanti del pg nel corso di una intervista a tiratura nazionale. Vecchio e anchilosato scontro, quello tra i due, che certo non contribuisce a restituire fiducia ai cittadini nei confronti della magistratura. Nel “lunedì nero” conosceremo la versione di Lupacchini, l’ennesima a proposito di Gratteri. Nei confronti del quale, sabato, è in programma una manifestazione di solidarietà a Catanzaro alla quale hanno già annunciato di aderire associazioni, partiti politici, singoli cittadini. Con alta risonanza in programma su tutti i media, compresi quelli irretiti o assoggettati o impauriti o semplicemente fulminati dall’ammirazione. Ma è democrazia “civile” attaccare da pg il pm massimo del tuo distretto? E per converso, è democrazia “civile” programmare una manifestazione a sostegno di un procuratore impegnato da tanti anni sul fronte della lotta alla ‘ndrangheta come nessuno? Lo si vuole difendere da chi, dalle lupare o dai colletti bianchi o da altri magistrati o da politici? In Iraq, forse, o in Iran, avrebbe un senso ma dalle nostre parti come la si spiega al semplice cittadino? Che infatti sfiduciato agisce di par suo. E, come nel caso irrazionale e delinquenziale di Cosenza, le suona di santa ragione al giudice Greco. Tanto per dire. E la cosa più grave, da non sottovalutare, è il silenzio delle alte cariche istituzionali al riguardo. Presidente del Tribunale, prefetto (evidentemente, come abbiamo visto in questi giorni, impegnato in ben altro, nel lunedì nero potrebbe arrivare il pronunciamento del gip sul suo arresto), presidente dell’Antimafia non hanno proferito parola a proposito dell’aggressione subita dal giudice di Cosenza Giuseppe Greco. Evidentemente siamo di fronte a una devastante miopia: negando o non esprimendo la solidarietà inconsapevolmente avvalorano le tesi e la condotta del cittadino che si fa giustizia da solo.
Qualora la vicenda sia da ricollegare alle delicate funzioni che svolge, il giudice aggredito, saremmo di fronte a menti raffinate, a colletti bianchi che hanno camuffato il tutto con una “paliata” per depistare le indagini inviando contemporaneamente un sottile avvertimento agli altri colleghi di non toccare certi fili. In questa seconda ipotesi il silenzio istituzionale diventa persino sconcertante. Di fronte a tali scenari ci si chiede: quale futuro per la magistratura? La risposta e le soluzioni non sono semplici e non potranno esaurirsi nominando, ad esempio, un pm di Salerno che indaga su quelli calabresi quale procuratore aggiunto presso la procura di Cosenza o trasferendone uno di Cosenza presso l’Antimafia di Catanzaro. La terapia dovrà essere invece ben più strutturata, anche perché, a dar retta a certi rumors, anche gli avvocati stanno perdendo fiducia nei magistrati. Nel “lunedì nero” di Calabria è attesa la sentenza del Riesame a proposito della carcerazione di Giancarlo Pittelli, pezzo da novanta dell’avvocatura calabrese nonché figura di assoluto rilievo della borghesia regionale. E se da un lato è attesa l’audizione di Lupacchini in Csm a proposito dei suoi attacchi a Gratteri non meno adrenalinica è la vigilia proprio di questo pronunciamento del Tdl su Pittelli nell’ambito della colossale inchiesta, sempre di Gratteri, con al centro le diramazioni del clan Mancuso di Limbadi. C’è persino chi è pronto a scommettere che più o meno tutto, dell’impalcatura inquisitoria, si gioca proprio sulla carcerazione o meno dell’avvocato Giancarlo Pittelli. Figura apicale tra i legali di Calabria che, non certo solo per il suo coinvolgimento nell’indagine della Dda, iniziano a nutrire sfiducia nei confronti della magistratura. Se ciò dovesse dilagare si avrà che non impugneranno più le sentenze, al pari del cliente, che magari piuttosto che ricoccere in Appello o esporre le sue ragioni al Csm (se sussitono ragioni di incompatibilità ambientale di un pm) proverà (se portato per indole delinquenziale) a cavarsela personalmente facendosi magari giustizia da solo. E abbiamo visto poi come.
È tempo che il potere giudiziario torni ad essere come la “moglie di Cesare”. Non solo onesta, ma apparire onesta. Allontanarsi troppo da questa metafora abbiamo visto dove porta poi…

blé