“Colpo di mano” nella sanità, Pacenza: a capo di Ota solo un dirigente di settore

Il delegato di Oliverio in materia di “salute” è critico a proposito del dca dei commissari con il quale si abbassano i requisiti per il “capo” dell'organismo per gli accreditamenti. «Occorre integrarlo il decreto, così com'è non va bene e poi il dipartimento non l'ha firmato. Ma attenzione a non gettare anche il “bambino” con “l'acqua sporca”...»


«Ota è uno strumento importante, tutto il resto è da discutere. Il dca dei commissari, dove si abbassano i requisiti per il “capo” dell’organismo, deve essere integrato. Così com’è non va bene. Solo un dirigente di settore può guidare l’organismo per gli accreditamenti… ». Franco Pacenza sta seguendo da “vicino” la vicenda sollevata da “il Fatto di Calabria” e ripresa già da due parlamentari (che hanno annunciato altrettante interpellanze). La vicenda di Ota, l’organismo tecnicamente accreditante. Acronimo criptico e oscuro che nasconde però al suo interno densità anche sconcertanti di potere, non solo finanziario, per quanto riguarda l’universo della sanità convenzionata. Ota fa le carte a questo universo, come abbiamo scritto più volte. Poi è difficile cambiarle. E anche Pacenza, un braccio e mezzo della presidenza della Regione in materia di “salute”, segue quanto da noi sollevato e cioè che nel decreto dei commissari del 25 giugno si abbassano i requisiti minimi per il “capo” di Ota, non più per forza dirigente di settore (senza contare che il coordinatore è stato di fatto individuato prima della stessa modifica e che naturalmente dirigente di settore non è). «Questo decreto così non va bene, bisogna integrarlo – prosegue Pacenza -. Nella confusione data in queste settimane è uno dei tasselli di ulteriore confusione e approssimazione. Il comando di Ota non può che essere in capo a un dirigente di settore. Nelle fasi istruttorie ci possono e ci debbono essere altre figure, come il responsabile dei procedimenti. Ma l’attività deve afferire a un dirigente di settore. Su questo non ci possono e non ci debbono essere dubbi… ». Già, ma ora non è così però… «Nel dca del 25 giugno della struttura commissariale (quello che abbassa i requisiti nell’individuazione del “capo” di Ota) si confonde l’attivazione dell’Ota stessa con la ricaduta gestionale, che è una cosa diversa. Si fa una marmellata, diciamo. Si mischia tutto. Un conto è l’istituzione di Ota, un altro è disegnare e modificare i requisiti di gestione e soprattutto di comando. Così non va. Ma attenzione però a non sacrificare il “bambino” gettandolo con “l’acqua sporca”, dove naturalmente il “bambino” è l’esigenza di salvaguardare Ota e salvaguardare anche uno spirito innovatore perché così come ha funzionato fino ad oggi non va bene. Mentre “l’acqua sporca” è proprio questa confusione, questa marlemmata contenuta nel dca del 25 giugno. Questo tentativo di tenere il manico del comando in un certo modo… ». Innovare Ota in che modo? «Parliamoci chiaro, bisogna mettere mano alle commissioni provinciali che debbono ispezionare strutture di altre province. Non va bene questo modello, che risale peraltro all’epoca di Scopelliti. Non funziona. Questo del resto era uno degli obiettivi del Piano operativo. Quale la ratio di un’operazione del genere? Perché così non ci sono le possibilità di contatto? Ma di che stiamo parlando. È ridicola la cosa. Qui bisogna asfaltare tutte queste situazioni. Si devono sorteggiare i verificatori, così nessuno sa chi va a verificare questa o quella struttura. Così si interrompe il circuito che vuole che per 20 anni le stesse persone vadano a ispezionare gli stessi posti. Questa è garanzia di fluidità, non la provenienza da altre province degli ispettori. E poi l’albo, perché Ota è e sarà un albo sostanzialmente. Deve essere il più ampio possibile, aperto. Ogni qual volta c’è una necessità si deve attingere a quest’albo, il corso di formazione tra l’altro si è insediato. Fatto tutto questo però, ripeto, con i relativi verbali di istruttoria, la responsabilità deve stare in capo al dirigente di settore e al direttore generale e non ai funzionari o ai responsabili di procedimento…». Ci risiamo, il “peccato originale” è questo, la modifica del 25 giugno che abbassa i requisiti… «L’orientamento mio è questo. Quel dca va integrato. Oltretutto quel dca non è stato firmato dal dipartimento». Noi eravamo convinti del contrario invece… «No, il dipartimento non l’ha firmato. L’ha solo pubblicato e non poteva esimersi dal farlo. Porta la firma di Schael e di Cotticelli il decreto anche se mi pare di capire che l’istruttoria è tutta “schaelliana”… ». E il dirigente di settore è da individuare? «Il dirigente in questione sarà scelto attraverso quelli che saranno gli interpelli. Oltretutto si sta facendo un interpello a breve, e si vedrà chi saranno i dirigenti di settore. Poi, come detto, è nel sistema generale delle verifiche che va messa mano… ». Oltre all’albo il più ampio possibile e con ispettori “sorteggiati” immagina nuove modifiche? « La norma per le autorizzazioni prevede le verifiche. Ota questo deve fare, questo è il suo mestiere e questo è un grande problema per questa terra. Quello di adeguare gli standard, sia strutturali che operativi senza contare che sul benedetto personale va fatta una grande campagna di verifica. Il punto è questo. L’Ota serve a questo. Nessuno vuole ammazzare il “bambino”. Noi dobbiamo tutelare il “bambino”, cioè Ota, dalla bonifica di una operazione di manovre e manovrine di gestione. La struttura va fatta, e siamo in ritardo purtroppo. Ma in quel dca ci sono pezzi di impraticabilità nel senso che la decretazione deve restare in capo al dirigente di settore. Poi tutto il personale che deve lavorare nell’Ota mi sta bene. Ma il comando deve essere solo in mano al dirigente di settore… »

I.T.