《Un grande piano infrastrutturale per la Calabria》

Questa la "ricetta" dall'eurodeputato del Ppe Aldo Patriciello, in campo per le elezioni di maggio. 《Fondi sicuri, tempi di spesa certi, trasparenza e sinergia tra l'Europa e la Cittadella. Solo così si può procedere》. 《La crisi dell'Ue? Non sta bene di "salute", è chiaro. Ma senza è la fine per tutti. Anzi, ce ne vuole di più...》

 Onorevole Patriciello partiamo dall’attualità più recente. Il Parlamento europeo ha appena approvato la riforma del diritto d’autore, un tema di cui si è molto dibattuto negli ultimi tempi. Può spiegarci di cosa si tratta e qual è stata la sua posizione?

“Guardi, sulla questione ho sempre condiviso la posizione del mio gruppo parlamentare, il Partito Popolare europeo, che è stata quella di voler porre fine allo strapotere dei giganti del web. È stata una vittoria della proprietà intellettuale e di tutti coloro che lottano per vedersi riconosciuto il diritto ad un equo compenso. La nuova riforma è il frutto del grande lavoro svolto in questi anni dal Parlamento europeo nel trovare il giusto compromesso tra l’esigenza di proteggere gli autori e la necessità di non imbavagliare il web. Un obiettivo ampiamente raggiunto, a mio avviso”.

Molti però hanno gridato allo scandalo, paventando il rischio di possibili censure per molte piattaforme internet. Un rischio fondato, secondo lei?

“Io credo che il tema della libertà non possa essere distinto da quello della responsabilità. E credo fermamente che la riforma approvata sia una riforma bilanciata. Si tratta di un accordo che protegge la vita delle persone, salvaguarda la democrazia difendendo un panorama mediatico diversificato, rafforza la libertà di espressione e incoraggia la creazione di nuove imprese e lo sviluppo tecnologico. Allo stesso tempo l’accordo contiene numerose disposizioni per garantire che Internet rimanga uno spazio di libera espression”e.

Non la pensa così Wikipedia, che in queste settimane ha lanciato una campagna per non far passare la riforma.

“Ma le regole approvate non limitano in alcun modo Wikipedia o la libertà di satira, ci mancherebbe. È ovvio, però, che ciò non può significare sfruttare gratuitamente il lavoro di altri. Questo accordo, infatti, corregge una situazione che ha permesso a poche aziende di guadagnare ingenti somme di denaro senza remunerare in maniera adeguata le migliaia di creativi e giornalisti da cui dipendono. In definitiva le nuove norme aiuteranno a rendere il web pronto per il futuro: uno spazio a beneficio di tutti, non solo di pochi potenti”.

Tra poco si vota per le elezioni europee. L’Unione Europea non sembra vivere un momento di grande unità: non teme che a prevalere siano i partiti anti-Ue?

“L’Unione Europea ha già vissuto momenti di grande difficoltà nel corso della sua storia, è nel suo Dna, ma è sempre riuscita a trovare la forza e l’unità per andare avanti. È ovvio che bisogna lavorare per dare risposte concrete ai cittadini. Dobbiamo essere bravi a recuperare quelli che sono sempre stati i valori fondanti dell’integrazione europea, trasferendoli però nella realtà dei problemi di oggi: penso alla politica nel Mediterraneo o al tema delle sanzioni alla Russia. Ancora, quale protagonismo deve avere l’Italia in Europa? Va avanzata una soluzione alternativa a quella portata avanti negli ultimi anni dai movimenti antieuropeisti. Tutto ciò va riproposto con più forza e determinazione”.

Per adesso, però, pare che a prevalere sia la logica del sovranismo. Come dare, allora, nuova linfa al progetto europeo?

“Bisogna partire dalle esigenze dei cittadini: la lotta contro il terrorismo, la lotta alla disoccupazione e la protezione dell’ambiente sono le tre aree in cui, in media, i tre quarti degli europei si aspettano un’Europa più presente. Guardi, l’Europa è imprescindibile. Possiamo, e a volte dobbiamo, criticarla per quello che non fa, per la lentezza di alcune decisioni, per la mancanza di solidarietà sulla questione migranti. Ma non mettiamo in discussione il principio che solo insieme possiamo continuare a generare benessere e a mantenere la pace sul continente. Indubbiamente c’è ancora qualcuno che continua a vedere l’Unione Europea come una inutile e costosa burocrazia che “ruba” sovranità ai governi nazionali. Ma in realtà è vero l’opposto. Mi spiego meglio: quello che ha un costo non è l’Europa ma la non-Europa. Per restare in tema: la mancanza di azioni comuni tra Stati membri sul fronte migranti si traduce in una perdita di efficienza stimata intorno ai 1.600 miliardi di euro, l’equivalente del PIL italiano. Il populismo euroscettico sbaglia semplicemente diagnosi e, spesso, anche la cura”. 

Torniamo in Italia. Il Mezzogiorno continua a spendere poco e male i fondi europei: come invertire la rotta?

“Evitando gli errori del passato, ad esempio. Sarebbe un ottimo punto di partenza. Dobbiamo uscire dallo schema che ha visto le Regioni italiane usare i fondi europei per finanziare principalmente sagre paesane e piccole festicciole o, peggio ancora, per creare consenso elettorale. Serve invece una programmazione seria, che punti da un lato a dare coerenza ai vari progetti e dall’altro che punti alla sostenibilità nel tempo delle opere realizzate. Le faccio un esempio: serve a poco finanziare 100 singoli eventi nell’ambito delle ferie agricole. Molto meglio, invece, finanziare un progetto per la realizzazione di un’azienda agricola che crei posti di lavoro nel tempo”.

Intanto il divario tra Nord e Sud Italia si allarga invece di diminuire.

“Non c’è da meravigliarsi, purtroppo. Quello che succede al Sud non dipende dalla storia dell’Ottocento o per colpa della sfortuna, ma è frutto di scelte politiche ben precise. Le faccio un esempio: la spesa pubblica corrente, tra il 2008 e il 2017, è scesa del 7% al Sud mentre nel resto del Paese è rimasta invariata. La conseguenza è stata quella di avere meno servizi, tanto per le imprese quanto per i cittadini. Il sistema universitario del Sud ha subito pesanti politiche di definanziamento, per non parlare dell’offerta di traporto pubblico: a Milano dal 2008 al 2015 è cresciuta del 13% , a Roma è scesa del 21%,a Napoli addirittura del 36%. Tutto questo non avviene per sfortuna o per colpa della storia, ma per scelte politiche”. 

C’è poi il tema della maggiore autonomia richiesta da alcune Regioni del nord. Crede sia un rischio o un’opportunità?

“Il problema non è l’autonomia in sé, ma il modo in cui realizzarla. Il rischio è di spaccare il Paese in due, bisogna dirlo in maniera chiara. Se passa la linea che le Regioni più ricche potranno trattenere più soldi per offrire servizi migliori ai propri residenti, il risultato sarà di avere cittadini di serie A e cittadini di serie B. Serve ripartire dalla legge delega 42, sul federalismo fiscale, voluta dal governo Berlusconi, al cui interno è previsto un sistema di perequazione che attualmente manca. Una cosa è certa: qualsiasi tipo di riforma non può non tener conto dell’obiettivo principale, che rimane quello di accorciare il divario tra il nord e il sud del Paese”.

 E la Calabria? Quali sono a suo avviso le misure da attuare per il rilancio economico della Regione?

“Io credo che un grande piano di infrastrutture avrebbe ricadute sulla competitività delle imprese e del turismo. Occorre realizzarlo attraverso un’azione coordinata tra settore privato, istituzioni europee, governo nazionale, regione ed enti locali. A tre condizioni ben precise, però: certezza di risorse pubbliche, semplificazione delle procedure decisionali e rapidità di esecuzione. Realizzarlo significherebbe collegare territori a centri urbani, periferie a città, la Calabria all’Europa, insomma. È la precondizione per costruire una società inclusiva e ridurre i divari. È un discorso che vale anche per la banda larga, ovviamente. Un’adeguata dotazione infrastrutturale rafforzerebbe l’importanza la posizione geografica della Calabria, dandole quella centralità che oggi non ha”.

Molti pensano che in Calabria occorra adottare il modello “portoghese” che riduce notevolmente la pressione fiscale per i pensionati. Lei è d’accordo?

“Ho già detto più volte che fiscalità di vantaggio può rappresentare un importante strumento di crescita, non solo per quanto riguarda le pensioni ma anche e soprattutto per le imprese. Investire al Sud deve essere non necessario ma conveniente. Ciò detto, non dobbiamo commettere l’errore di creare che questo basti per rimettere in sesto la crescita e lo sviluppo. Ripeto: serve una strategia complessiva che guardi alle prossime generazioni e non alle prossime elezioni. E a proposito delle future generazioni: dobbiamo arrestare l’emigrazione dei nostri giovani. È folle continuare a formarli per poi vederli costretti a partire fuori regione per mancanza di una adeguata offerta lavorativa. La Calabria, da questo punto di vista, può e deve agire con celerità”.

Resta il fatto che spesso l’Unione Europea viene percepita come un’entità lontana. E la Calabria non fa eccezione. Cosa è possibile fare per accorciare questa distanza?

“È un problema di carattere generale che non riguarda solo la Calabria, purtroppo. Le ragioni sono diverse, a cominciare dal bombardamento delle fake news che negli ultimi tempi hanno inquinato il dibattito sui temi europei. Certamente l’Ue ha le sue colpe, non nascondiamoci dietro un dito. Ma non può essere incolpata di tutto ciò che non va nel nostro Paese. Prendiamo il caso del divario nord-sud. Attraverso i fondi europei dati alle regioni, Bruxelles investe enormi risorse per accorciare questo divario. Cosa che non fa, invece, lo Stato italiano. E non lo dico io, ma l’ultimo studio de Il Sole 24 Ore in cui si dice che su 691 euro spesi per ogni cittadino meridionale, solo 239 arrivano da Roma, il resto sono soldi Ue”.