Giustizia, “Temiamo la cultura del sospetto”

Lettera dei giovani universitari calabresi

“Siamo stanchi di vedere gli operatori della giustizia impegnati più che nelle aule, nelle sale conferenza stampa”. A scrivere queste parole sono un gruppo di giovani universitari calabresi che, allarmati da una serie di eventi giudiziari che si sono susseguiti nella regione, hanno deciso di scrivere una lettera al presidente della Repubblica, al presidente della Corte costituzionale, al vicepresidente del Csm e al presidente della Corte europea dei diritti dell’Uomo. L’iniziativa è partita dopo una serie di vicende giudiziarie che hanno visto come protagonisti autorità della Regione o i magistrati stessi: dall’obbligo di dimora cui è stato sottoposto il governatore Mario Oliverio alle indagini che hanno coinvolto 15 magistrati calabresi passando passando da un conflitto tra procuratori, finito davanti al Csm. Si legge nella lettera: Abbiamo assistito con relativo sgomento alle modalità con cui talune Procure hanno portato avanti inchieste nei confronti di chi ha alte responsabilità istituzionali nella nostra regione e oggi iniziamo ad avere timore di fare politica in Calabria. Non fraintendeteci, non è la ricerca della verità a paventarci, ma i metodi con cui essa viene ricercata. Da noi fare politica non vuol dire essere circondati dal velluto, ma prendere decisioni difficili, in un tessuto sociale molto complesso dove la distinzione fra bene e male spesso sta nel pianerottolo di casa o fra il vuoto che divide due scrivanie in un ufficio. Il timore degli autori della lettera è che chi sceglie di fare politica in Calabria possa trovarsi ad essere bersaglio della magistratura. Non viene contestata l’attività giudiziaria in sé ma le modalità in cui è stata posta in essere in alcuni episodi recenti: Abbiamo assistito con relativo sgomento alle modalità con cui talune Procure hanno portato avanti inchieste nei confronti di chi ha alte responsabilità istituzionali nella nostra regione e oggi iniziamo ad avere timore di fare politica in Calabria. Non fraintendeteci, non è la ricerca della verità a spaventarci, ma i metodi con cui essa viene ricercata. Da noi fare politica non vuol dire essere circondati dal velluto, ma prendere decisioni difficili, in un tessuto sociale molto complesso dove la distinzione fra bene e male spesso sta nel pianerottolo di casa o fra il vuoto che divide due scrivanie in un ufficio. Da queste premesse parte l’appello che il gruppo di giovani lancia alle istituzioni: Abbiamo assistito con relativo sgomento alle modalità con cui talune Procure hanno portato avanti inchieste nei confronti di chi ha alte responsabilità istituzionali nella nostra regione e oggi iniziamo ad avere timore di fare politica in Calabria. Non fraintendeteci, non è la ricerca della verità a spaventarci, ma i metodi con cui essa viene ricercata. Da noi fare politica non vuol dire essere circondati dal velluto, ma prendere decisioni difficili, in un tessuto sociale molto complesso dove la distinzione fra bene e male spesso sta nel pianerottolo di casa o fra il vuoto che divide due scrivanie in un ufficio