Tutti gli ostacoli dei presidenti

In crisi il marchio dei governatori. Pittella fuori gioco per vicende giudiziarie. Chiamparino si chiama fuori. Orlando per il futuro della Campania preferisce aprire un dialogo con De Magistris.E le riconferme? E Mario Oliverio sfiderà ancora una volta il vento contrario che soffia da Roma?

 È quel vento strano, ma netto e contrario, che inizia a soffiare in viso e ti costringe a pedalare il doppio se non a vuoto. Chi ne ha di meno, desiste.

C’era una volta la stagione dei governatori delle Regioni (di centrosinistra) con il vento in poppa, invece. Trainati dal destino. Persino controcorrente. Capaci con le vele spiegate di raccogliere tutte quelle energie (politiche e sociali) disconosciute o comunque non rintracciabili per gli altri del circondario. Sovranismo e populismo (erano) avvertiti, con i governanti di colore pseudo rosso non si passa e comunque c’è da sudare prima di disseminare il raccolto ma d’improvviso questa stagione e questa certezza vanno in liquefazione.

La “botta”, inutile girarci attorno, la dà (e la prende) il governatore della Basilicata Marcello Pittella. Tanto abile e stratega a spalmare la Lucania felix anche mediaticamente quanto dissacrato e “stuprato” in un giorno. Travolto come uomo e come modello da una clamorosa inchiesta su “compravendita” di consenso elettorale in cambio di posti di lavoro e di potere nel regno della sanità. Niente di nuovo per le nostre latitudini, decisamente devastante per il marketing della regnanza lucana con la griffe dei Pittella a disegnare traiettorie da leader per tutto il Mezzogiorno. Un giorno scopriremo se è davvero così “confinante” la disgrazia giudiziaria della Basilicata e di Pittella rispetto ai nostri confini o se il Pollino, invece, rimane a tratti invalicabile. Eppure montagne scendendo lungo le coste non se ne incontrano. Ma tant’è, rimane quel senso di vuoto improvviso dopo la decapitazione del modello Lucania felix.

Niente inciampi giudiziari invece per Sergio Chiamparino, governatore del Piemonte. Ma “solo” un inatteso addio. Si chiama fuori dalla politica, non si ricandiderà. Eppure non sono stati pochi fin qui i meriti che la pubblicistica gli ha riconosciuto. Agli amanti del dialetto e dei retroscena piemontesi l’analisi se è stato lui a capire prima degli altri che è ora di andare a casa o se glielo hanno fatto capire e non ha potuto fare altro che tagliare il nastro della retromarcia. Fatto sta che d’improvviso si chiama fuori. «Dopo una stagione di sconfitte – scrive – anche sul nostro territorio è assolutamente necessario dare un forte segnale di discontinuità e ricambio, a cominciare dalla costruzione di una nuova classe dirigente». E chiarisce l’intenzione di non ricandidarsi «né con questa coalizione né con nessun rassemblement più o meno immaginifico». «In Piemonte – aveva detto il governatore venerdì in un convegno del Pd a Baveno, sul Lago Maggiore – perdiamo qualsiasi elezione da due anni a questa parte, non so cosa debba ancora succedere per capire che serve una rottura, una discontinuitaà nelle candidature. Abbiamo di fronte una stagione di congressi, usiamoli per decidere se vogliamo un’alleanza, con quali partiti e discutiamo anche della figura di candidato presidente che vogliamo».

Già, chissà ancora che deve succedere, si chiede Chiamparimo, prima che si prenda atto che il rinnovamento non è (solo) teoria ma soprattutto prassi. E va praticato. Il punto vero è però chi deve prenderne atto e cioè se il concorrente potenziale o l’universo circostante che deve poi accreditarlo? A ben vedere l’incrocio non è banale perché se si scende di molto in latitudine e si approda in Campania ci si imbatte esattamente nel concorrente che non demorde e nel terreno circostante che inizia a franare. Come intendere diversamente le dichiarazioni a forma di liquido velenoso di Andrea Orlando a proposito del nuovo governatore della Campania, quello che verrà. Come se De Luca non esistesse, o ben sapendo invece che esiste eccome e che non intende mollare, l’ex ministro della Giustizia propone addirittura un dialogo con de Magistris per l’individuazione del nuovo profilo. E si sa che il sindaco di Napoli non è uno che si fa consultare “gratis” in politica, non dialoga tra sordi. «Credo che sia giusto aprire un confronto con Luigi de Magistris». Così appunto, in un’intervista alla Dire, il deputato del Pd Andrea Orlando. L’ex ministro della Giustizia guarda già alle elezioni regionali del 2020, in vista delle quali «dobbiamo capire come si costruisce una coalizione. Il ragionamento deve partire da lì oppure – avverte – il centrosinistra saraà diviso in Campania e rischia di arrivare molto indietro. Un conto era quando il governo della Regione era di segno uguale a quello dell’esecutivo nazionale e il Comune di Napoli stava all’opposizione. Ora il colore politico di entrambi è diverso da quello del governo… Non credo che in futuro ci rimproveremo un possibile dialogo con de Magistris… ». La decodificazione non è poi così complicata. Uno come de Magistris, quel mondo lì diciamo, lo si poteva considerare all’opposizione quando a Palazzo Chigi c’era il segno di colore amico. Ora non più, e secondo Orlando non si può stare a inseguire (perdendo) due modelli di governo che finiscono per metterti in mezzo. Della serie, palla al centro e si rigioca a tutto campo. E torniamo al “vento” contrario, che (da Roma) ti soffia forte in faccia. Chi per inciampi, chi per scelta (forzata), chi per il terreno che politicamente frana. C’era una volta la stagione blindata dei governatori. E Mario Oliverio? Proverà a combatterlo questo “vento”? Si attrezzerà ancora una volta per chiudersi nel fortino e resistere? Contrasterà “Roma” (inteso cone clima dominante)? Tra non molto, inevitabilmente, tutto sarà più chiaro…

 

I.T.