La salute a discrezione del “cartaro”

Storia di ordinaria irrazionalità lungo il Tirreno cosentino in materia di sanità. Dove all'Uvm di Paola, per far rispettare i propri diritti, c'è chi si presenta con i carabinieri

Chissà se anche questo “parametro” rientra nei livelli minimi di assistenza, i cosiddetti Lea di cui poi tanto si discute quando si sogna ad occhi aperti l’uscita (improponibile) dal commissariamento della sanità di Calabria. Il parametro della difesa anche fisica dei propri diritti, della propria salute. Difesa persino “militare” se è vero come è vero che c’è chi si è dovuto presentare con i carabinieri o con uno stuolo di avvocati per vedere rispettati i propri diritti.

Siamo dentro i meandri del contorto e infuocato Tirreno cosentino che quando si tratta di salute (e di sanità) non si fa mancare proprio niente se non appunto, spesso, la cura stessa dei pazienti. Pazienti, e relative famiglie, decisamente agguerrite e con il dente ormai avvelenato per quello che pare si stia verificando con una sconcertante frequenza.

Siamo nell’Uvm, unità di valutazione multimediale. Il distretto, appunto, è quello del Tirreno Paola-Cetraro che comprende anche Acquappesa, Bonifati, Fuscaldo, San Lucido, Sangineto e così via. Più o meno 130mila utenti e potenziali pazienti nel circondario. L’Uvm è in pratica, se i tempi e le metafore non per forza ironiche lo consentono, una specie di centro di “prima accoglienza”, di smistamento medico naturalmente dopo una valutazione complessiva del quadro. Della serie, e ovviamente escludendo quelle patologie o malattie che richiedono altre liturgie e altri luoghi, una specie di “stazione” del paziente in attesa di capire chi poi dovrà curarlo, se e dove e per cosa e in che tempi. Si tratta, inutile sottolinearlo, di un servizio rigorosamente pubblico e che dovrebbe rispondere a criiteri di oggettività e serietà dei casi. «E invece così non avviene quasi mai e ormai sono tutti disperati lì dentro, e arrabbiatissimi» si lascia scappare una delle tante “croci” che la mattina prova a lenire le proprie ferite e quelle dei suoi cari. Preferisce mantenere l’anonimato, ma non per questo si sottrae alla descrizione di una specie di film western che si vive quotidianamente. Dove c’è uno “sceriffo”, ma senza la stella al petto… «Decide tutto una dottoressa a sua discrezione» continua. Fa anche il nome ma l’anonimato deve valere anche per lei. «Non si capisce niente, non si segue nessun criterio di valutazione. La dottoressa in questione decide se e quando e chi far curare, non vi dico la rabbia ogni giorno. Lo decide lei e chissà se di tutto questo ne sono al corrente il direttore di distretto Riccetti o il direttore generale Mauro. Vorrei proprio sapere se sono al corrente di quello che accade lì dentro». Poi la descrizione più sconcertante del quadro. «Negli ultimi tempi c’è chi si è presentato con i carabinieri, sì con i carabinieri pur di far rispettare i suoi diritti. Per non dire di avvocati al fianco dei pazienti». Verrebbe da dire da Beirut è tutto a voi la linea, giusto per ricordare uno degli ospedali da campo che hanno abitato i tg della nostra adolescenza. Ma siamo “solo” lungo il Tirreno cosentino e sulla carta non dovrebbe esserci nessuna guerra, quantomeno quella con le bombe e le armi. Ve ne è un’altra che non fa rumore ma che forse è la più difficile da vincere…

I.T.