In attesa della ‘ndrangheta la commissione fa da “tribunale”

L'organismo presieduto da Bova, non trovando le cosche da cui difendere la Calabria, fa da tramite per controversie da ufficio di collocamento

 Ci risiamo. Verrebbe da dire. Come fosse un “tribunale” e nemmeno del popolo, giusto per riprendere una immagine anche tragica del passato e della stagione della tensione sociale. Giacca e cravatta e il presidente della commissione regionale Antimafia, Arturo Bova, passa alle audizioni del “caso”. Potenziali legami tra le cosche e la pollitica? Analisi degli strumenti e delle tecniche per sconfiggere le infiltrazoni nelle istituzioni? Clamorose rivelazioni di qualche “pentito” della regnanza che infine confessa dove ha acchiappato e perché tutti quei voti? Niente di tutto questo. Si “audisce” il caso del presunto favoritismo che sarebbe avvenuto all’interno di Calabria Lavoro, l’agenzia con codice fiscale della Regione Calabria. Spazio agli interpreti di questa possibile violazione e quindi a Zinno, Tallarico e Caracciolo. Si sospetta, perché così ha denunciato una presunta vittima (Marco Borgese) che s’è favorito qualcuno pur non essendo in testa nella graduatoria. Si selezionava personale per il dipartimento Turismo e Calabria Lavoro dell’epoca avrebbe creato un danno allo stesso Borgese favorendo artatamente qualcun altro. Per di più, e sennò che ci fa la patata bollente da Bova, Borgese sarebbe vittima di mafia o comunque reduce da ferite lasciate sul campo per via diretta o indiretta. Da qui una specie di corsia preferenziale, risarcitoria, che le istituzioni dovrebbero riconoscergli e invece la beffa. La doppia beffa, secondo la denuncia ascoltata in commissione precedentemente e di cui Bova dice di aver informato gli organi preposti. Dalle parti nostre si dice “cornuto e mazziato”, della serie non solo a Borgese bisognava darglielo quel posto perché con ferite sanguinanti sul viso per fatti di mafia quanto, appunto, la beffa del posto assegnato a chi stava dietro di lui in graduatoria. Questa la tesi. Che è contorta, contraddittoria e contraddetta dallo stesso Bova che nella seduta del’altro giorno ammette che non si è in presenza di violazioni palesi perché mancano criteri oggettivi di graduatoria rispettata o, al contrario, elusa. Tanto per capirci, e dopo tutto il fumo sopra il presunto arrosto, Bova se la cava affermando che molto di più di questo non si può fare e che ora se la deve sbrigare qualcun altro. E ci sono volute due sedute per arrivare all’acqua calda dai rubinetti. Se c’è stato un sopruso, un abuso di ufficio o di potere o altro ancora, è materia e ore di lavoro per le procure. Se questo non c’è stato di solito queste cose si risolvono in quattro chiacchiere da bar o da talk televisivo di fine stagione. Se invece il tutto può servire a ricordare alle istituzioni che le vittime di mafia debbono avere preservata una quota risarcitoria nei Palazzi, fosse anche una percentuale minima, viene da chiedersi perché nessuno ha pensato di portare un disegno di legge in consiglio regionale. In nessuno dei casi si perdono, per solito, due sedute di una commissione che di nome si fa chiamare antimafia. Fortuna che in Calabria non c’è la ‘ndrangheta di cui doversi occupare per davvero sennò sì che si sarebbe trattato di tempo perso…

I.T.