Se il Covid-19 diventa un alibi per (alcuni) magistrati…

Le paradossali occasioni di riscatto offerte dalla pandemia messe a “repentaglio” da chi dimentica di adempiere con disciplina e onore le funzioni pubbliche...

Il Covid-19 ha creato confusione anche nelle categorie mentali, il positivo è divenuto un segno aritmetico sfavorevole perché indica l’aumento dei contagi, dei ricoveri e dei decessi, quello negativo è diventato augurale perché, al contrario, ne indica la diminuzione.

Quando non si tratta di valutare i casi clinici, ma i comportamenti delle singole persone o di coloro che ricoprono funzioni pubbliche, le parole riacquistano il loro comune e diffuso significato, al segno negativo corrisponde un giudizio evidentemente deleterio.

È sotto gli occhi di tutti che, alla funesta positività dei contagi, ha fatto da controaltare la salutare positività delle persone che, seppur impaurite dal virus, sono state impegnate in prima linea per garantire il funzionamento della società, molte delle quali sono morte sul campo di battaglia.

Questa gente cosiddetta “normale”, non si è sottratta alle proprie responsabilità, eppure, mal stipendiati, potevano rifugiarsi nella giustificata comodità del fine turno-lavoro, della stanchezza fisica e mentale, della pericolosità, gravità, eccessività delle attività da compiere o ricorrere all’alibi del certificato medico di malattia.

Il funzionamento della società è stato garantito dagli umili, dagli addetti ai rifiuti ed alle pulizie, nei negozi e nei supermercati alimentari dalle cassiere e dagli operai, nei campi dai coltivatori e raccoglitori, dagli autotrasportatori, dai volontari, da quelli che prestavano soccorso a quelli che preparavano e distribuivano cibi ai bisognosi, dai vigili del fuoco, dai sacerdoti e, principalmente, dalle tanto vituperate categorie delle Forze dell’ordine, dei medici, degli infermieri, dei barellieri.

Incancellabili dalla memoria saranno le foto, di segno positivo, del Cavaliere della Repubblica, l’infermiera Elena Pagliaricci dell’ospedale di Cremona, ritratta esausta con la testa poggiata sulla scrivania, di Alessia di anni 23 che mostra con fierezza i segni della stanchezza ed i lividi deturpanti impressi sul bel viso dall’uso prolungato delle maschere chirurgiche e egualmente incancellabili, ma di segno negativo, le foto delle toghe appese nelle aule di giustizia, quasi stessero ad indicare una resa o un abbandono incondizionato della funzione giudiziaria.

Il Papa stesso ha ringraziato e pregato per tutti coloro i quali hanno garantito il funzionamento della società, il presidente Mattarella li ha gratificati con l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica e se questo non è avvenuto per i magistrati, ci sarà un motivo che non può essere sottaciuto.

Chissà quanti di questi umili e onesti lavoratori, in posizione di subalternità psicologica e giudiziaria, avranno avuto a che fare con uno di loro che li doveva giudicare in un processo civile o penale e chissà quanti di essi, a ruoli invertiti, durante l’epidemia da Covid-19, si sono presi cura della loro salute, hanno consegnato a domicilio i beni di prima necessità, quali medicine e alimenti. Certamente nell’assolvere al loro dovere si sono dimenticati della sentenza ingiusta o dei torti subiti con le cause non decise, sempre rinviate con la motivazione dall’eccessivo carico di lavoro.

Sicuramente hanno dato, in tempo reale, le risposte attese, senza obiettare che, stressati o stanchi dal troppo lavoro, avrebbero provveduto, di lì a pochi giorni o mesi alle consegne a domicilio, oppure a visitarli, a curarli, ecc. ecc.

Chissà quanti sono i magistrati che, prima e durante la quarantena, si saranno comportati allo stesso modo, che si sono mobilitati o sforzati di dare risposta alla esigenza di giustizia di questi onesti lavoratori, di sicuro, visti gli esiti, molti avranno optato per la comoda prassi dei rinvii motivati da eccessivo carico di lavoro.

Eppure una maggiore attenzione doveva essere data alle categorie deboli, a coloro i quali non possono lavorare perché ammalati o infortunati, a quelli che hanno garantito e continuano a garantire il funzionamento della società.

Era doveroso dimostrare di essere laboriosi, di possedere capacità organizzative per smaltire l’arretrato, di sapere programmare le udienze future, di decidere le cause in quelle già fissate evitando di cedere alla sottile tentazione del rinvio giustificato dall’eccessivo carico di lavoro, soprattutto perché pur rimanendo tranquillamente e comodamente nelle proprie case, hanno continuato a percepire lo stipendio.

Operando da remoto, non erano infastiditi dagli atteggiamenti grintosi di alcuni avvocati, potevano gestire, senza lo stress e la stanchezza delle udienze, l’attività giudiziaria in forma scritta.

Se pensiamo che ci sono tanti pm (soprattutto nel penale) che non si sono fermati, che sono andati oltre, ricevendo ed ascoltando anche i cittadini che richiedevano il loro intervento, che non hanno accampato giustificazioni per sottrarsi alle loro responsabilità ed ai loro doveri, per una ragione di equità sociale, non possiamo mostrarci indulgenti nei confronti di quei altri magistrati, impegnati nel settore civile, i cui comportamenti sono apparsi di segno opposto che, magari, hanno procrastinato di un semestre o di un anno la decisione della causa loro affidata.

Quasi tutti i giudizi di risarcimento danni, di anatocismo bancario, di invalidità civile negata dall’Inps, infortuni sul lavoro e malattie professionali non riconosciuti dall’Inail, le richieste di pagamento di stipendi e Tfr, saranno stati stritolati nel tritacarne dei rinvii per eccessivo carico di lavoro.

In una, le fasce deboli, abbisognevoli di una tempestiva e concreta tutela, già rovinati dal sistema bancario, non essendo più forza lavoro perché fisicamente menomati, confinati nel limbo degli scartati, non dovevano subire l’onda si sentirsi scartati anche da coloro i quali amministrano la legge nel nome del popolo italiano, del quale, giudicanti e giudicati, fanno parte.

La tutela dei loro diritti lesi, in primis, è assicurabile con un processo equo e breve, perché quelli di lunga durata sono, oggettivamente, ingiusti e si concludono a frittata fatta o a babbo morto.

La giustificazione dei carichi di lavoro eccessivi non regge il confronto, né con la quantità e qualità della abnegazione dimostrata dalle categorie di lavoratori alle quali hanno fatto riferimento il Papa ed il presidente della Repubblica, né con l’attività svolta da altri magistrati coscienziosi e laboriosi.

Perché nel Veneto la sanità e la giustizia hanno funzionato e in Calabria no? È diversa la malattia o sono diversi gli uomini? E anche in Calabria non tutti hanno usato la stessa “andatura”. Senza andare lontano, perché nella Seziona Lavoro della Corte di Appello di Catanzaro, coadiuvato da giudici e impiegati amministrativi responsabili, le attività di cancelleria e quelle giudiziarie, non si sono fermate? Perché rispetto ad altri questi hanno dato concreta testimonianza di servizio, di possedere un alto senso del dovere e grandi capacità organizzative? Perché questi sono riusciti nell’impresa di assicurare la trattazione scritta delle cause o di evitare comodi rinvii? Encomiabile è stato quel Cancelliere che, alle ore 20:30 di sera, in tempo reale, senza attendere il giorno dopo, ha attestato l’avvenuto deposito dell’atto giudiziario che, l’avvocato, 20 minuti prima delle 20:10 gli aveva inviato telematicamente.

Encomiabile è stato il giudice Ferriero che ha avuto il coraggio di dissentire dai poteri forti, di censurare l’uso distorto della funzione giudiziaria, di fare autocritica. Sua la lettera a Palamara.

L’occasione di riscatto, di riconquista della fiducia offerta dalla lunga quarantena è stata sprecata e la magistratura appare sempre più come una casta di privilegiati che non perde occasione di fare male principalmente a se stessa.

Non si rendono conto che la umana pazienza, la tolleranza è al limite della sopportazione, che il rinvio per carico di lavoro eccessivo viene percepito come un torto o, peggio, una diseguaglianza o come una sorta di razzismo giudiziario.

Non si rendono conto che gli avvocati sono stanchi di reggere il moccolo o di fungere da parafulmine, dei disservizi della giustizia, non hanno compreso, vista la sfiducia nella istituzione che basta poco per fare scatenare ire e frustrazioni e riversarle sui magistrati, sarà sufficiente, per trasparire che la sentenza è ingiusta, che il rinvio è pretestuoso o altre sottili o pretestuose motivazioni.

È importante prevedere e prevenire questi pericolosi fenomeni, è necessario che il Presidente della Repubblica, il ministro della Giustizia, il presidente Conte, non siano insensibili al grido di dolore che si leva da ogni parte d’Italia e corrano ai ripari prima che sia troppo tardi, sarebbe ingiustificabile ritardare il loro intervento, perché conoscono il mondo giudiziario, il primo quale capo del Csm e perché ha ricoperto la carica di Giudice costituzionale, gli altri due perché avvocati e professori universitari.

La speranza è che il Covid-19 non abbia trasformato in asintomatici le persone intelligenti e quelle laboriose e che i contagi di allergia al lavoro ed al dovere progressivamente diminuiscano…

Domizio Ulpiano