Live dei Rossofuoco al Mood di Rende

"Parole tese e suoni corrosivi" per l'ex chitarrista dei CCCP, Giorgio Canali

La chitarra disturbata, disturba ancora. Anche dopo quello che ne è stato del punk, la new wave, il rock e l’elettronica in Italia.
Giorgio Canali, ieri a Rende per il live al Mood con i Rossofuoco, ha dimostrato che, nonostante le generazioni a susseguirsi, i muri della guerra fredda abbattuti, le decadenza dei ‘90 e il nuovo millennio, distorcere suoni è ancora sinfonia per le orecchie.
“Ho finalmente raggiunto con i Rossofuoco la condizione di privilegio che mi permette di scegliere cosa fare. All’epoca dei CCCP, ma anche con CSI e PGR la diversa estrazione pure musicale dei componenti spesso faceva sì che non sempre ciò che si realizzava mi convincesse appieno. Erano esperienze sicuramente più variegate, ma era forse proprio questa la nostra potenza”, dice Canali a margine del concerto al Mood.
La fortuita coincidenza che ha voluto i Rossofuoco esibirsi nella inusuale formazione a tre senza il chitarrista Steve Dal Col, ha permesso al pubblico in sala di poter assistere alla viscerale performance voce e chitarra dell’ex CSI.
Venti, l’ultimo album presentato ieri a Rende, nasce in pieno lockdown: “un disco realizzato a distanza, un po’ come accadde per l’ultimo lavoro dei PGR. All’epoca però eravamo solo in due gli attori della parte musicale, quindi è stato meno difficile allora sopperire ai chilometri che ci dividevano”.
Le decadi passate tra Emilia, Romagna e Francia a creare musica, produrla, sperimentarla non hanno mutato affatto il suo sguardo sul mondo: “durante la realizzazione di Venti il momento storico, ovviamente, era completamente differente: la distanza era obbligata per la pandemia. Le idee partivano da uno o dall’altro, giravano nell’etere e poi ognuno ci aggiungeva del suo: eravamo costretti a stare così, ma è stata anche un po’ folkloristica come esperienza. Pensa che Luca ha registrato un paio di batterie nel suo orto in Sardegna!”
Per chi ha avuto un padre stalinista e ha vissuto nella rossa Emilia è inevitabile che il personale sia politico e viceversa anche nella musica: “quando scrivi parli inevitabilmente di te e di quello che ti capita attorno e spesso le due cose si confondono: non puoi ignorare quello che succede ogni giorno. Per questo non scinderei le due cose: anche quelle più intime sono comunque politiche. Penso che anche una canzone d’amore sia politica”.
La riflessione prosegue sul resistere alla “liturgia del pensiero unico” e al persistente “vuoto di memoria”: “ti rendi conto di come siano saltate ancora di più tutte le regole della democrazia, anche se non ho mai ritenuto, neanche dieci anni fa, di vivere in una democrazia perché non lo è, non lo è mai stata. Quello che si ci racconta è crederci a quello che ti dicono, ma in realtà quella che chiamiamo democrazia non è tale. Non è cambiato poi molto: se leggi i miei testi di quindici anni fa vedresti che sono simili e molto legati a quello che durante questo stato d’emergenza sanitaria ho sparato fuori in Venti. Non è una novità che il mio pensiero sia sempre abbastanza critico rispetto ad uno stato di cose dove il temine democrazia non si può di certo usare.
Il problema è che siamo convinti che il mondo cambi, ma invece non cambia alla fine. Non cambia il fatto che chi ha in mano il potere economico ha in mano anche il mondo e, chi non ce l’ha, sta sotto e zitto. Si possono esasperare le situazioni, ma alla fine non cambia nulla e i pochi diritti che si era riusciti a recuperare negli anni ‘70 se ne vanno un po’ alla volta”.
Parole tese, suoni corrosivi segnano il disincanto di chi ha percorso due secoli impugnando la chitarra che distorce: Giorgio Canali è ancora: “diretto, immediato, violento, divertente” quando sale sul palco. È la musica diventa poesia da marciapiede.

Simona De Maria