Teatri con platee vuote ma luoghi da cui ripartire

Riflessione di Gilda De Caro, già assessore alla Cultura del Comune di Cosenza

Non ricordo il momento preciso quando nella mia mente si è collocata la figura  “Teatro” Sarà accaduto quando ascoltavo i racconti dei miei genitori di ritorno da un loro viaggio a Napoli per uno spettacolo al San Carlo? Saranno stati i commenti dopo l’ascolto alla Radio di Norma o Traviata alla Scala? O per la ricorrenza di questa parola nelle conversazioni in casa sul Politeama che poi si è chiamato Vetere e poi Rendano, con mio nonno che , estasiato narrava di aver visto e ascoltato Lina Cavaliere, che cantava le ‘ rose rosse non le voglio veder’?

Certo per me è divenuta una parola fondamentale, irrinunciabile, imprescindibile come i luoghi dove sono collocati i teatri della mia vita: il Cilea di Reggio Calabria, il Massimo di Palermo, il San Carlo di Napoli, il Lirico di Cagliari, l’Opera di Roma, la Scala di Milano e poi il Regio di Torino, la Fenice di Venezia dopo l’incendio,il Ponchielli di Cremona, i piccoli gioielli di Ferrara, Busseto e Cervia e la Staatsoper di Vienna e l’Opera Garnier di Parigi, il Liceu di Barcellona e il Palacio de la Musica. Ogni città un teatro, uno spettacolo che in ogni modo e in ogni caso mi ha segnato l’anima. Così è divenuto concetto e poi memoria fondante di me stessa. Come dimenticare la Pergola a Firenze, con la compagnia Valli, De Lullo, Falk la messa in scena di “Victor, i bambini al potere” di Roger Vitrac e poi, tanti anni dopo, l’incontro, a Cosenza, al Rendano con Rossella Falk e la sua dedica commossa e memore sulla vecchia edizione Einaudi?

Allo stesso modo è impossibile dimenticare Siracusa e il suo teatro greco e le stagioni dell’INDA, che da un trentennio, a me, inaugurano l’estate. Ogni teatro è per me la casa, non ultimo il Morelli nella serata di “Mdlsx” con la eccellente interpretazione di Silvia Calderoni della compagnia MOTUS e naturalmente il Rendano di Cosenza lo spettacolo “ Furioso “ con il fantasmagorico Stefano Accorsi, memorabile, un istante sublime, per i melomani presenti, sospeso il pianto per la lirica scarsa e scadente su quelle storiche assi, da tempo e tempo e da un tempo all’altro ci siamo trovati tutti sospesi, increduli e arrendevoli, esposti al pericolo di una morte prossima. Puro teatro, ma tragicamente vero!

Confinamento! Ecco la nuova condizione, la chiusura dei cinema e dei Teatri. Difficile da credere, all’inizio tutti abbiamo pensato: “ beh, qualche settimana, stiamo a casa, un po’ di riposo” . L’amara verità; una chiusura totale di mesi e mesi e ora un anno e non se ne vede la fine. Nelle primavera 2020 , spinti dall’emozioni, tutti in rete e tutto riversato sul web, è prevalsa l’ironia, la presa in giro , il canto, gli strumenti suonati sui balconi, per strada, nei mercati deserti. Forte la curiosità verso le forme e i modi del sistema digitale, noto, ma nuovo, considerato in tali e inedite circostanze come nuovo.

Non è stata una cattiva stagione, l’inventiva è prevalsa, accompagnata dalla segreta convinzione che sarebbe stata una breve pausa nella vita di prima, la tanto deprecata e in fine amata normalità. Nell’autunno si è avuta la certezza: non sarebbe stata breve la chiusura, il mondo appariva misero e infelice: i teatri e i cinema chiusi e gli ospedali di nuovo affollati e sotto pressione, con l’orecchio ansioso verso quella cifra dei decessi, giornaliera, sempre troppo alta.

Abbattimento è il termine che descrive lo stato d’animo di tutti gli artisti e del pubblico, un profondo senso di stanchezza di fronte agli schermi ricolmi di quadratini cantanti o danzanti e declamanti. E’ un’asfissia, una clausura l’assenza dalle platee, dallo spazio grande e circoscritto del Teatro, ora più che mai “ lontana terra promessa che c’invitava col miraggio delle sue mille seduzioni” come scrive Sergio Tofano.

La reazione dei teatri alfine si è manifestata: A Bergamo la messa in scena di Marino Faliero di Donizetti, a Pesaro Il Barbiere di Siviglia, Otello a Firenze mentre a Napoli si è realizzata Cavalleria Rusticana in streaming con un altissimo ascolto, a Roma di nuovo Il barbiere di Siviglia con la regia di Martone, alla Scala di Milano il Grande spettacolo d’inaugurazione “A riveder le stelle”, le più rinomate arie liriche affidate a grandi cantanti, voci eccelse, sotto la regia di Livermore.

Il Massimo di Palermo non si è sottratto alla sfida e ha dato vita a “ Il Crepuscolo dei sogni” con 28 mila spettatori in streaming, canto, danza e orchestra nella platea sgombra a dimostrare che se il pubblico è costretto a casa, il teatro lo raggiunge con la ‘desiata arte’ in quella casa.

La condizione che ha imposto l’epidemia è una condanna, ormai si prolunga nel tempo e nella vita di tutti, una dannazione, nei teatri per chi ci lavora senza pubblico, in streaming o nei video per la televisione a platea vuota, in ogni caso una dannazione per chi è insonnolito sul divano. Riccardo Chailly ha detto “Non mi era capitato di dirigere senza spettatori. Nè riesco a immaginare la conclusione dei celebri numeri operistici senza applausi. Siamo fieri di far musica per il mondo, ma rinunciare alla componente emotiva del pubblico è una grande sofferenza.

Analoga sofferenza per chi si piazza di fronte allo schermo del pc o del televisore, quasi un’angoscia. Perduto è il sollievo annesso alla sospensione dell’ordinario quando ci si reca a teatro; esso è perduto, anzi impossibile che conviva, anzi deve acquietarsi con il tic tic metodico della goccia nel lavabo, con le urla della vicina e lo sgasare dei motorini nella strada e le domande inutili della vita familiare, quando un uomo ansioso percepisce l’attimo di abbandono della sua donna, per un conquistato istante di autonomia in un proprio pensiero.

Si guarda, si ascolta: cosa hanno in comune le produzioni oltre che essere dimesse? Colpiscono le platee svuotate, il golfo mistico abbandonato e l’orchestra di fronte al palcoscenico, i coristi nei palchi, scene vuote e telari neri di sfondo, luci e giochi di luci, l’unico effetto possibile non a rischio di contagio, schermi giganti e proiezioni di sequenze di vecchi film o dei cinegiornali d’epoca, un continuo richiamo a quello ch’è stato, omaggi ai grandi registi italiani. Le telecamere frugano, girano nei meandri del teatro, il retropalco, l’attrezzaria in evidenza, i camerini, le sale prova, il guardaroba e il repertorio dei costumi, i magazzini e i laboratori, le sale ufficiali, i foyer, un vorticoso caleidoscopio che sancisce in tv o sul pc il primato del luogo precluso.

Questa la scelta dei registi: non arrendersi! Il pubblico non c’è! Lavorare con infinite restrizioni? Ebbene, svuotiamo la sale, ribaltiamo quello che la dura evenienza impone, occupiamo con la musica e con la danza con il canto con la recitazione questo insostenibile vuoto dei corpi, il teatro c’è, a ribadire la sua centralità, quella muratura e quelle persone generano gli spettacoli.

Le immagini si susseguono mentre l’epidemia impazza, sempre numerosi i morti, lo sgomento attanaglia la gola, l’attuale sacrificio non appare lieve, anzi lo si avverte come una barbarie già diffusa nel perdurare della chiusura. Il segno, nelle scarne scenografie, è scuro, dolente, cupo, talvolta grave come nell’Otello fiorentino.

L’approccio di Martone e di Livermore è differente: Martone costruisce un Barbiere di Siviglia di movimento, con un continuo gioco tra dentro e fuori, di realtà e manifesta finzione, con una mirabolante costruzione di infiniti e lunghi lacci e corde che legano tutta la sala, in verticale, di traverso, la rete in cui i bravissimi cantanti e noi tutti siamo impigliati e prigionieri.

Una conclusione ilare come Rossini ha scritto, forte l’impatto comico-ironico, le guardie venute per arrestare invece tagliano sciolgono sbrogliano liberano da tutti i nodi , in un finale vivace e coinvolgente, che illumina di speranza. Livermore sceglie l’acqua come tema dominante, le cantanti avvolte in abiti di gran pregio haute coiture, cantano le più struggenti arie del repertorio classico, sostenute da pedane ondeggianti su di un mobile velo di acqua a indicare la fluidità del momento, ma anche dall’acqua l’origine della vita, un magnifico Florez esegue “ Una furtiva lacrima” un emigrante su di una panchina vintage in una vecchia stazione, momenti sublimi commentati da aeree proiezioni di Milano con richiami ed echi dei capolavori del cinema internazionale.

La drammatica attualità popola il teatro deserto con l’urgenza di uno sguardo oltre perché questa è la funzione dell’arte come lo stesso regista ribadisce in conclusione. Che dire di più se non ribadire il personale rammarico per la visione a distanza?

Ma se il teatro in ogni modo c’è e resiste, non dovremo forse cominciare a pensare forme nuove di ricezione e stimolare gli artisti a essere più artisti di sempre, con invenzioni, creazioni e forme e modalità differenti dal consueto per dare godimento all’animo anche in streaming se pur con una vena di rimpianto per il consueto perduto?

Impedire che i teatri restino chiusi, come in molte città di provincia sta avvenendo per la miopia degli amministratori, è urgente, perché quelle porte aperte in qualsiasi caso portano aria di libertà. Tutta la musica è colpita, anche Sanremo. Sospendere il Festival come si è scelto per le Olimpiadi? Realizzarlo senza pubblico? Impossibile. Con i figuranti? “Abominevole “ come sostiene il maestro Muti. Che fare?

Non è forse davanti l’ignoto che si sviluppano le circostanze magiche per ampliare la conoscenza? E’ vero, per me e per molti questo è il momento, il teatro, come laboratorio, è il luogo.