Peperoncino Jazz Festival, John Patitucci incanta ancora Cetraro

“È stato un viaggio nella memoria e nella bellezza delle mie origini: mi sono sentito davvero a casa”: John Patitucci ha concluso lo scorso giovedì a Cetraro, all’interno della kermesse “Peperoncino Jazz Festival”, il mini-tour che lo ha visto calcare i palcoscenici di tutta Italia, non ultimo quello di Umbria Jazz dove, proprio alla Calabria -terra d’origine dei suoi nonni toranesi- ha dedicato la sua performance a fianco di Roberto Gatto e Danilo Rea in una produzione originale del Festival targato Gimigliano/Panebianco.
A Palazzo Del Trono, il jazzista ha invece proposto un concerto più intimistico, un assolo in cui si è concesso generoso al pubblico.
“Ci sono voluti quarant’anni per fare questo disco: era il 1979 quando decisi, ragazzino, di volerlo realizzare, ma da lì ad oggi è dovuto trascorrere il tempo necessario”: Patitucci -accompagnato dall’inseparabile contrabbasso del maestro liutaio Caramelli, dono di Sergio Gimigliano, e ribattezzato dall’artista newyorkese “Sofia”- ha infatti presentato la sua ultima fatica “Soul of the bass” viaggio sentimentale nella storia della musica.
Si è partiti dalle origini del suono: “lo spiritual, il gospel, il blues cambiarono la musica nel mondo e la mia vita” ha affermato il jazzista nell’introdurre “Seeds of soul” e “Morning train”.
Benny Golson e il classico “Whisper not” -siamo nel pieno degli anni ‘60 tra bebop di Gillespie ed il Jazztet con Art Farmer- fanno da grimaldello al fiume in piena dei ricordi: “mio nonno è andato in America nel 1910. Mai avrebbe potuto immaginare che il nipote sarebbe venuto oggi qui a suonare”.
Patitucci varia sul tema con la potente “Mistery of the soul”: influenze di Coltrane, flauto, armonica, ma “anche il suono della voce umana che evoca la musica classica” ad impreziosire la virtuosa performance.
Brown e Charlie Parker che, secondo Patitucci, “hanno creato il jazz” echeggiano nella performance di “Ray’s idea”.
“Questa è per voi calabresi e per la mia famiglia” dice imbracciando il basso ed eseguendo “Nina”, aria resa famosa nel mondo da Luciano Pavarotti: incursioni nelle atmosfere mediterranee e tra le note di Pietro Ciampi con “Tre giorni” chiudono il viaggio narrativo dell’artista newyorkese.
Nel finale del concerto spazio a Bach e alla improvvisazione “in pieno stile barocco”, afferma.
Il jazzista, vincitore di quattro Grammy, si commiata dal pubblico con “Whins of Chambers” e “It could happen to you”: il rimando a Paul Chambers e Jimmy Van Hensen riporta Patitucci a Brooklyn con le sue radici strette nel cuore.

Simona De Maria