Dado Moroni e la sua vita nel nome del jazz

Intervista a tutto campo al "pianista bianco più nero che c’è”

Dado Moroni

“Guardavo le copertine dei dischi di mio padre con attenzione: gli sguardi degli afroamericani, avvolti in atmosfere rarefatte dal fumo di sigaretta , mi attiravano come una calamita. Erano gli anni ‘60 e io potevo già vedere chiaro il mio futuro”: Dado Moroni, pianista jazz cosmopolita, nella sua lunghissima carriera ha suonato anche con qualcuno di quei musicisti che ascoltava da piccolo: Oscar Peterson, Dizzie Gillepsie, Ray Brown giusto per citarne qualcuno.

Un destino già segnato in una casa dove la musica, “ma solo quella buona, di qualità” risuonava tra vinili, tv e il vecchio piano.
C’è quasi sempre un piano nelle storie che narrano di passione per le note: da sfondo una Genova aperta e generosa, il boom economico, incontri e anche un po’ di fortuna ad incrociare la strada da percorrere.
“Ho cominciato a riprodurre al pianoforte quello che ascoltavo su disco. Già allora il mio orecchio prediligeva il mainstream e il bebop”, dice mentre si dirige in Polonia per il tour che lo vede impegnato con due mostri sacri del jazz elettronico oltreoceano, Peter Erskine ed Eddie Gomez, e che farà tappa anche in Calabria il prossimo cinque agosto nell’ambito della kermesse “Jazz & Vento “ a Cortale promossa dall’assessorato alla cultura del comune catanzarese con la direzione artistica di Franco Suppa.
È ancora un ragazzino quando incontra Tullio De Piscopo, “uno dei più grandi: ha in se lo spirito del jazz, lo incarna alla perfezione”. Allora il batterista napoletano lavorava in Rai ad una trasmissione radiofonica e lo chiamò a suonare.
“All’epoca Franco Cerri organizzava i concerti: Genova era crocevia di improbabili mescolanze musicali che si alternavano sui palchi della città. È qui che mi sono fatto le ossa e devo proprio a Tullio l’avermi fatto suonare con uno dei miei miti: Chet Baker. Ricordo ancora quando mi chiamò al telefono chiedendomi cosa facessi quella sera e mi disse, senza neanche darmi il tempo di rispondere, di partire subito per Lugano perché avrei suonato con uno dei più grandi trombettisti jazz”.
Un altro mito Dado lo incontra ad Asti: il paragone con chi a questa città è legato a doppia mandata è immediato. Paolo Conte qui è nato e cresciuto dando vita e anima a una certa cultura post bellica e retrò che ben si sposa con il background di Moroni.
Tutti e due poi decidono di fare giurisprudenza, ma solo uno diventa avvocato e con quel soprannome fa la sua fortuna.
La fortuna del genoano è invece incarnata da Dyzzie Gillespie che proprio ad Asti si ritrova a suonare: “deus ex machina dell’operazione fu Gianni Basso che mi propose di suonare quella sera. Ero poco più che ventenne e avevo visto il trombettista solo sulle copertine dei dischi di mio padre. Non provammo neanche: Gillespie si presentò direttamente al concerto: l’emozione era fortissima, la tensione poteva tagliare l’aria intorno a me. Cominciò a chiedermi se sapessi i suoi pezzi e io, ad uno ad uno, eseguivo il suo repertorio che per me era pane quotidiano. La cosa lo stupì a tal punto da volersi intrattenere, dopo l’esibizione, a parlare con me e mio padre che, all’epoca, mi accompagnava. Mi chiese cosa facessi oltre a suonare e gli risposi che avevo intrapreso gli studi di giurisprudenza. Allora lui con piglio deciso e quel fare generoso che ne contraddistingueva l’indole disse rivolgendosi a me e guardando mio padre: “il mondo è pieno di avvocati, ma non di pianisti bravi: lascia perdere gli studi universitari e suona. È così feci e mai una volta mi sono pentito di quella scelta. Non so se Gillespie mi abbia salvato da una vita più monotona, grigia: di sicuro amo ciò che faccio ed è questa fortuna che in pochi possono dire di avere”.
Così, come fortuito fu avere quella tromba con la campana piegata verso l’alto a cambiare la storia del jazz, così quella svolta a quarantacinque gradi o giù di lì nel suo cammino portò Moroni a calcare i palcoscenici di tutto il globo.
L’onda dei ricordi porta il pianista a parlare di quella che è stata forse l’esperienza di vita più segnante: l’approdo negli anni novanta a New York solidifica una carriera che fa di Edgardo il più apprezzato e ricercato tra i jazzisti italiani.
D’altronde è proprio Ray Brown a volerlo, unico italiano, nel suo disco “Some of my best friends are the piano players”. A lui è affidato il compito non facile di eseguire “Giant steps” di John Coltrane: lo farà alla perfezione in una performance che sottolinea la cifra stilistica di Moroni.
“Quando seppi direttamente dalla voce di Ray che avrei suonato nel suo disco è stato come librarsi in volo: segno che stavo facendo bene il mio mestiere”.
Ed è proprio la New York del “Blue note” che lo accoglie a braccia aperte: “Alcuni erano ancora vivi: Miles Davis, Oscar Peterson -uno dei figli di Dado si chiama così in suo onore n.d.r- Ron Carter, Dyzzie Gillespie. Quegli anni sono stati magici. Non importava da dove venissi: la grande mela, crocevia di culture, ti accoglieva a braccia aperte in una dimensione di grande umanità, senza distinzione di razza o credo. E la comunità jazz era generosa e avvolgente nel suo abbraccio”.
Una comunità dove si trova a suo agio, nel suo elemento, a vivere finalmente in quelle copertine dei dischi che, bambino, ascoltava rapito.
“La cultura afroamericana mi ha sempre attratto, il gospel, le note blues mi fanno vibrare l’anima. Forse per questo quando da oltreoceano venivano in Italia a suonare chiamavano me: ero quello che aveva meno impostazione classica, meno europeo nel suono rispetto ad altri colleghi. Ricordo quando suonai con Jimmy Woode -bassista nell’orchestra di Duke Ellington- e mi disse “suoni come se fossi uno di noi”.
Da lì forse nasce il mito del “pianista bianco più nero che c’è”.
Gli anni passano, Dado mette su radici e famiglia: comincia ad insegnare a Torino, ma chiarisce subito: “puoi insegnare la tecnica, la storia, ma non puoi insegnare lo spirito jazz: è una dimensione intima quella. Ce la hai o non ce la hai: è passione per qualcosa che ora c’è, ma subito dopo sparisce”.
Oggi una nuova sfida l’attende: l’EGM trio. Moroni, in stagioni e latitudini diverse ha suonato sia con Eddie Gomez che con Peter Erskine, ma mai insieme: “È solo in questa tournée che ci esibiamo per la prima volta: è una sfida cercare di trovare il giusto equilibrio. Sarà fantastico perché quando si suona per la prima volta insieme devono per forza di cose instaurarsi elementi di performance diversi da quelli a cui si è abituati. Non puoi usare i vari cliché, devi suonare in modo diverso: per questo i musicisti cambiano spesso band. Bisogna sempre avere nuovi stimoli, nuovi orizzonti”.
La performance sarà unica nel suo genere: “Veniamo da paesi diversi: Italia, Usa, Puerto Rico. Abbiamo età differenti, background diversi, ma abbiamo tutti ascoltato i classici del jazz. La sfida più grande sarà pensare in maniera diversa pur mantenendo ognuno la propria personalità. Eddie e Peter vengono da una cultura più elettrica che sarà filtrata in una dimensione più acustica. Proporremo al pubblico un repertorio che spazia dalla musica che ci piace ascoltare sino ad alcune composizioni originali. Cercheremo di suonare tutto ciò che ci fa vibrare il cuore”.
Appuntamento con la storia del jazz il cinque agosto: Cortale suona swing.

Simona De Maria