Polvere, tra l’ineluttabile dicotomia: avere ed essere

Successo per il lavoro teatrale di Saverio La Ruina andato in scena sabato scorso all’Acquario

Sosteneva Erich Fromm “Un avere deve possedere un fiore, lo coglie, lo fa suo. Un essere ne contempla la bellezza, godendo di questo,
percependolo per immaginare altri orizzonti”. Ed è proprio nella dicotomia essere/avere che si insinua “Polvere”, lavoro teatrale di Saverio La Ruina andato in scena sabato scorso all’Acquario.
È un universo topico quello dell’autore che indaga, scarna, analizza la figura femminile passando attraverso tutta la sua produzione teatrale.
Madri, sorelle, compagne a cui dare voce, grimaldello in cui specchiare identità perdute, parole in divenire, gestualità marcate, l’essere nel mondo.
In questo testo del 2015 La Ruina si confronta con il tema della violenza e lo fa riuscendo a rappresentarne la genealogia in un viaggio sincopato che trascina lo spettatore verso latitudini inesplorate.
È una spirale quella della protagonista nella quale rimane inesorabilmente inghiottita senza possibilità di fuga, immobilizzata, cristallizzata dalla fobia dell’essere quel sé a prescindere dall’altro da se stesso.
I pochi oggetti in scena sottolineano lo spazio vuoto riempito dalla voce della protagonista che entra in scena intonando “I will survive”, mentre ad aspettarla c’è il compagno/aguzzino che subito incalza sentenziando: “sei una donna troppo asciutta di sentimenti […] se te lo dico io che sono un uomo fidati di me”.
Il filo trasparente della dipendenza comincia ad annodarsi intorno al collo della vittima, un cappio invisibile che l’uomo le fa indossare cingendola di parole, fiutando la sua fragilità, marcandone come un cane i suoi spazi vitali.
Si raccontano nel gioco di parti già stabilite a priori da un potere che è presente in una sola delle due metà.
“Imparerò da te”, dice il compagno dopo aver ascoltato dalla protagonista l’esperienza terrificante della violenza subita da ragazza: “ero come congelata” dice, sguardo perso nel vuoto di quegli attimi interminabili.
Il tempo poi s’insinua come abitudine ad accettare ciò che si vorrebbe che fosse, ma che non è altro che il proiettare sull’altro il proprio sguardo.
Il processo di annullamento parte da lontano, ineluttabile, dall’oggetto, per poi insinuarsi nel soggetto del proprio malato desiderio di possesso.
Un quadro appeso da anni sulla parete della protagonista diventa simbolo pretestuoso di un accanimento che monta di attimo in attimo: lo sguardo di colui che già vede come proprio prolungamento la compagna muta persino la percezione degli spazi che cambiano per piegarsi anch’essi al volere unico e insieme univoco.
“Non sono io quella, non mi corrisponde”, dice la donna riferendosi alla figura rappresentata nel quadro che l’uomo invece ritiene essere rappresentativo della sua morbosità erotica troppo prorompente: “Ma tu ti guardi?” dice con veemenza.
Perché la violenza psicologica si attui è necessario colpire le fragilità dell’altra partendo dall’immagine, dal visibile.
“Ti rendi conto come è importante essere presenti a se stessi? Io ho bisogno di capire se sei una donna affidabile” le ripete mentre ormai l’ha soggiogata rendendola oggetto delle proprie perversioni.
L’incontro fortuito con un amico diventa pretesto per sferrare il primo attacco diretto. Ritorna deliberatamente a farla parlare di nuovo della violenza fisica subita anni prima e, nella tipica alternanza umorale di chi ha più volti da mostrare per celare la propria identità di predatore, si rivela in tutta la sua brutale animalità: “ma che ti aspettavi? Perché non hai gridato prima? O forse ti piaceva? In fondo te lo sei cercato, in fondo te lo sei meritato!”, dichiara manipolando la realtà ancora una volta, insinuando il senso di colpa, forma di controllo per eccellenza attraverso questi lunghi, infiniti interrogatori che ritmano la pièce come le mani che tamburellano sulla sedia.
“Dimmi tu quello che devo dire e lo dico. Dimmi tu quello che devo pensare e lo penso. Dimmi tu quello che devo fare e lo faccio” risponde la protagonista avvolta nel lutto del suo lungo maglione nero, ridotta automa da quel germe di odio scambiato per amore.
Facendo dubitare la donna della propria percezione e della propria memoria, l’uomo mette in scena la parte del fidanzato premuroso, ma è solo il prologo di una deriva ancora più terrificante allorché la donna mostra il primo tentativo di opposizione nel dire: “ti prego basta!”.
Il senso di perdita di controllo sull’altra lo porta a ristabilire l’insano equilibrio attraverso il sopruso fisico. Uno schiaffo sonoro che fa vedere la protagonista solo attraverso gli occhi del compagno e la porta ad accettare, e riconoscere come propria e reale, l’immagine di donna inadeguata e debole in cui è stata relegata.
“Sei bugiarda e puttana: così si parla a quelle come te” e sferrandole un altro colpo in pieno petto, prosegue nel suo soliloquio senza accorgersi che la donna è inerme per terra in preda alle convulsioni.
“Ce lo avete nel DNA” grida mentre elenca le sue perverse avventure amorose.
Poi, destatosi dall’estasi di predominanza, soccorre la donna promettendole per l’ennesima volta un amore che amore non può essere.
Finalmente qualcosa scatta nella protagonista, quel sentimento di rivalsa, l’amor proprio, il ritrovato senso di sè. Si erge in tutta la sua forza, come eroina greca: ancora nulla è perduto.
Quel filo invisibile si spezza, le parole non feriscono più, l’essere non è avere.
Rispetto alla messinscena del 2015 che gli valse il riconoscimento della critica e diversi premi -Lo Straniero, l’Enriquez alla drammaturgia a al migliore attore e l’Annibale Ruccello 2015 alla drammaturgia- a cambiare non è l’impianto, che rimane immutato, ma l’interpretazione della protagonista qui affidata a Cecilia Foti e, nella prima versione, invece portata in scena da Jo Lattari.
Si percepisce tutta l’emozione da parte di La Ruina nel fare tale scelta: visibilmente emozionato, in alcuni casi enfatizzando nei toni il suo personaggio, rende chiarissimo allo spettatore il senso di quello che invece di essere un dialogo diventa soliloquio univoco.
Cecilia Foti appare in scena portando il suo bagaglio di note e gesti minuziosi ad accompagnare una esegesi volutamente intensa.

 

Simona De Maria