Fondacaro, da Gelli e Andreotti fino a Zavettieri

È più o meno mistero sul profilo del collaboratore di giustizia che in aula a Reggio (processo “'ndrangheta stragista”) racconta della genesi delle logge massoniche tra Calabria, Roma e Sicilia. Pronta la reazione del sindaco di Bova Marina ma chi è per davvero il medico della Piana di Gioia Tauro ritenuto affidabile per narrazioni che vanno dai Piromalli a Matteo Messina Denaro?

L’ennesima udienza del processo “’ndrangheta stragista”, in corso di svolgimento in Corte d’Assise a Reggio Calabria, ne riserva un’altra delle sue. Con inevitabile risonanza mediatica. È il turno del collaboratore di giustizia Marcello Fondacaro stavolta, imprenditore molto noto negli anni ’80 nella Piana di Gioia Tauro, che riferisce in aula di essere stato vittima di usura mafiosa dai Piromalli-Molè e costretto alla chiusura delle sue strutture sanitarie private convenzionate, di cui una realizzata ad Ardea, che insieme rendevano fatturati di oltre tre miliardi di lire all’anno. Fondacaro, inoltre, interrogato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, ammette di essere stato iniziato alla Loggia “Giustinianea” di Roma (il cui referente sarebbe stato Giulio Andreotti) e ricostruisce la rete massonica della P2 in Calabria, da Gioia Tauro e Gioiosa Jonica.

«A Gioia Tauro – confessa – il Gran Maestro era l’avvocato Pino Strangi, consuocero di Gioacchino Piromalli, grazie ad un accordo diretto con Licio Gelli, mentre a Gioiosa Ionica la funzione era ricoperta dal barone Placido, una struttura in cui vidi anche don Giovanni Stilo e altri personaggi della Locride». Fondacaro afferma anche di avere conosciuto altri massoni calabresi, «tra cui molti erano socialisti, tra i quali Gentile, Zavettieri, Loizzo, e dirigenti bancari della ex Carical, come Carlo De Luca, che aveva stipulato numerosi finanziamenti con imprenditori vicini ai Piromalli-Molè».

A strettissimo giro almeno una reazione arriva, quella dell’attuale sindaco di Bova Marina e soprattutto storico leader socialista in Calabria (e non solo) Saverio Zavettieri. Che nel febbraio del 2004, più o meno un anno e mezzo prima di Fortugno, conosce (e per sua fortuna può raccontarlo) il “piombo” non andato a buon fine, pallottole di lupara dentro casa sua sparate da dietro la finestra. Non è mai stata fatta chiarezza del tutto su quello che a tutto gli effetti è da archiviare come un giallo. Chi voleva uccidere Zavettieri e soprattutto perché?

«In merito alle recenti dichiarazioni farlocche nell’ambito del processo “Ndrangheta Stragista” del collaboratore di giustizia Marcello Fondacaro che, tengo a precisare non ho mai conosciuto – afferma Zavettieri – è opportuno fare chiarezza per diritto di cronaca e per rispetto della mia persona e della mia storia politica. Vengo tirato in ballo da tale collaboratore di giustizia per le elezioni regionali degli anni ’90 nelle quali, sempre secondo dichiarazioni di costui, alcuni candidati avrebbero avuto il sostegno della ‘ndrangheta. E’ opportuno ricordare che, come esponente del Partito Socialista Italiano, sono stato eletto alle elezioni politiche nel 1983, confermato nel 1987 e 1992; Assessore regionale alla Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Università e Ricerca dal 2000 al 2005 nominato da esterno, non ero candidato quindi, già i conti non tornano. Ma andiamo avanti. Il pentito Fondacaro, interrogato dal Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, ricostruisce la rete massonica della P2 in Calabria e afferma di aver conosciuto massoni calabresi tra cui alcuni socialisti tirandomi nuovamente in ballo. Altra diffamazione, la faccenda mi indigna: non sono un massone, né lo sarò mai e ho sempre dissentito da una mentalità e da una cultura che agevola forme di potere occulto. Parla per il sottoscritto la sua storia personale, prima sindacale poi politica ed istituzionale oltre che, l’attentato subito nel febbraio del 2004. Uscito indenne dalla tempesta di Tangentopoli e dalle molteplici inchieste antimafia che neppure mi hanno sfiorato, mi trovo costretto ancora una volta, viste le dichiarazioni visibili del pentito Fondacaro, ad adire le vie giudiziarie che tra l’altro, mi hanno sempre reso giustizia».

Ma chi è Fondacaro, che peso ha, che spessore di “colletto bianco” custodisce al punto da essere ritenuto credibile anche in dichiarazioni utili per il contrasto alla mafia siciliana e alla super cosca del Trapanese guidata da Messina Denaro?

Molte informazioni Fondacaro le ricava da Luigi Emilio Sorridente, massone e uomo dei Piromalli, cui gli inquirenti ritroveranno materiale riferibile alla P2 di Licio Gelli: «Sorridente… mi dissero che dovevano (inc.) riunione presso l’Hotel Plaza, dove albergavano In quel periodo unitamente a Don Stilo, con Pietro Araniti, che allora era onorevole nazionale, anche lui fratello massone … e dovevano incontrare Matacena Amedeo».

Nel 2016 al procuratore capo della Dda di Palermo Francesco Lo Voi, all’allora aggiunto Teresa Principato e al pm Carlo Marzella Fondacaro confessa: «Io non facevo parte di quella loggia massonica, né ho mai partecipato ad alcuna riunione. Erano loro che si presentavano e si qualificavano fratelli e si salutavano incrociando i rispettivi indici sul polso altrui o battendosi una mano sul petto, quasi come i mussulmani. Io chiesi informazioni su questa loggia siciliana al mio referente massone in Calabria, Giuseppe Strangi di Gioia Tauro, il quale mi disse che per loro quella era una massoneria di origine mafiosa». Fondacaro racconta ai pm che nel 2000 ebbe meglio a conoscere la loggia massonica “la Sicilia”, e lì ebbe presentati alcuni aderenti: «Il senatore D’Alì l’ho avuto presentato come massone». La massoneria, secondo il racconto di Fondacaro, ha avuto un ruolo preciso per amalgamare ogni contatto con la mafia.

Fondacaro, adesso collaboratore ma prima medico, uomo in contatto con le cosche della Piana di Gioia Tauro e anche massone è diventato un testimone importante anche per le investigazioni antimafia nel Trapanese. I pm di Palermo si interessano a lui anche per la vicenda Savalle e di chi gestisce il tesoro di Matteo Messina Denaro.

Fondacaro parla dei rapporti tra le logge di Reggio Calabria e quelle di Trapani. Due aree, il Reggino e il Trapanese, tra le più povere d’Italia ma anche le più gravide di massoni. «Ho riferito appunto come dicevo di essere stato membro della massoneria, delle loggia Giustinianea già dal… fine ‘8O, inizio 90 … su Roma, quindi ho avuto molti rapporti con la loggia di Piazza del Gesù di cui faceva parte anche Andreotti e altri uomini importanti».
Da Andreotti a Matacena, da Piromalli a Matteo Messina Denaro. Da D’Alì ai conterranei Zavettieri (che reagisce), Gentile e Loizzo. Ma chi è per davvero Fondacaro?

I.T.