Emergenza tumori, è la Calabria la nuova “Terra dei fuochi”?

Incidenza di 7 casi su 1000 abitanti, più della industrializzata Lombardia. Ma manca il censimento puntuale perché non v'è traccia del registro regionale. Altissima la percentuale dei malati costretti ad "emigrare" fuori regione

I dati forniti dall’Airtum (Associazione Italiana Registri Tumori) confermano ancora una volta come in Calabria i dati sui tumori siano sempre dati da non sottovalutare. Circa 13.200 i nuovi casi diagnosticati nel 2020. Dati in continuo aumento e esperti del settore quantificano in circa 15.000 i nuovi tumori che potrebbero essere diagnosticati nell’anno in corso. Una cifra astronomica, enorme. Anche
se deve essere sottolineato, al fine di evitare inutili allarmismi, che i dati si basano su alcune percezioni e che non hanno una valenza definitiva e certa.
Il dato certo potrebbe scaturire solo da una corretta applicazione, redazione e verifica dei registri tumorali che dovrebbero essere compilati nei tempi dovuti da ogni Asp. In Calabria, purtroppo, i registri tumorali non sono aggiornati. Basti pensare che a livello regionale, dove dovrebbero confluire i dati di tutte le Asp, il tutto è fermo da anni. Mentre in altre città d’Italia funzionano egregiamente. Basti accennare che sin dal lontanissimo 1976 a Varese registro Tumori è sempre aggiornato con cura e dovizia. Anche a Parma il registro tumori venne attivato nel 1976. E i registri non servono solo per fornire dati numerici ma sono essenziali per organizzare efficienti progetti di prevenzione, che rimane sempre la formula magica per sconfiggere le forme tumorali. Il consigliere regionale del gruppo “De Magistris” , Ferdinando Laghi, già medico primario presso l’Ospedale di Castrovillari ha inoltrato delle apposite interrogazioni regionali per richiedere interventi mirati al funzionamento e all’aggiornamento dei registri Tumori.
Ma, qualora il dato dovesse rilevarsi attendibile, 15.000 casi in un solo anno rappresentano, in rapporto alla popolazione residente, ben sette casi ogni 1.000 abitanti. A confrontare tali dati con quelli della Regione Lombardia che ha registrato circa 65.000 nuove diagnosi di tumore nel 2020 si può constatare che in Lombardia il tasso tumorale è di circa 6 abitanti ogni 1000.
Quello calabrese potrebbe essere, quindi, ancora più alto di quello lombardo. Sono finiti i tempi nei quali le insorgenze di malattie oncologiche erano molto più alte nelle regioni del Nord.
Oggi, invece, Calabria batte con un triste primato finanche la industrializzata Lombardia. E sono circa 3,6 milioni gli italiani che combattono quotidianamente contro il male del secolo. Ma il dato calabrese si differenzia da quello di tutte le altre regioni italiane per il tasso altissimo di chi per curarsi si rivolge a strutture fuori regione.
Il 60% dei malati oncologici calabresi si cura in centri prevalentemente del Nord Italia. L’Agenas ha confermato che nel 2019 sono stati effettuati oltre 5.000 ricoveri extraregionali a livello chirurgico – oncologico. Il dramma della insufficiente presenza di presidi ospedalieri di cura per malattie oncologiche che si accompagna alla necessità di avere almeno dieci macchine per la PET/TC (Tomografia ad Emissione di Positroni/Tomografia Computerizzata utilizzata nell’ambito della medicina nucleare) e che, invece, ve ne sono solo tre costringe i malati oncologici calabresi ad affrontare oramai da anni i famosi viaggi della speranza. Non è dato sapere come mai la Calabria presenti un tasso tumorale pari ad altre regioni a forte radicamento industriale ed indubbiamente molto più inquinate.
In molti hanno denunciato da anni che potrebbe essere originato dalla
presenza diffusa sul territorio di tante discariche abusive e di tanti
rifiuti tossici disseminati dalla ‘ndrangheta che in tale settore
detiene un triste primato con l’ovvia collusione della politica che
continua a far finta di non vedere nulla di nulla. Anche su questo non
esistono dati certi e vi è anche chi contesta la relazione diretta fra
territori inquinati e crescita delle neoplasie tumorali. Deve comunque
essere sottolineato che sono state depositate sentenze passate in
giudicato in processi sul reato di inquinamento ambientale dove alcuni
giudici hanno considerato reale e probante il rapporto fra territori
cosiddetti “tossici” e aumento di alcune tipologie tumorali. Anche in Calabria sono state emesse delle sentenze in tal senso.
Ma tutto ciò non ha mai generato alcun movimento di protesta a differenza dell’area casertana dove le mamme delle vittime della “terra dei fuochi” si sono ribellate. Ma in Calabria le parole lotta
civile, ribellione, diritti sono delle parole sconosciute.
L’importante è non parlare, non vedere, non sentire. Le tre regole
dell’omertà imposta dalla dilagante e ambientale cultura dell’illegalità.
Il pentito di camorra, Carmine Schiavone, affermò quando era in vita che la vera “terra dei fuochi” era la Calabria e chiese di essere
ascoltato dalla Procura di Reggio Calabria per poter raccontare quanto a sua conoscenza.
Morì a 72 anni nel 2015 nella sua casa a Viterbo per un infarto, pochi giorni prima di essere ascoltato.
Una strana combinazione. Il pentito di ‘ndrangheta, Francesco Fonti,
non parlò solo delle famose Navi dei veleni ma anche di interramenti e traffici di rifiuti tossici. Anche Francesco Fonti non venne
dichiarato attendibile su questa tematica mentre lo era su tutto il resto. E tanti altri sono i pentiti che in Calabria hanno parlato di
traffici di rifiuti. Oltre alle decine e decine di inchieste degli ultimi anni.
Ma in Calabria, terra di omertà e di ‘ndrangheta, tutto tace. Da sempre e, probabilmente, per sempre.

Gianfranco Bonofiglio