Gratteri (più forte di prima) e l’incrocio che non cambia da 9 anni…

Nel 2013 il “Sistema” (citazione di Palamara) lo blocca sulla porta del ministero e pochi giorni fa ancora Melillo (all'epoca capobaginetto di chi è poi diventato ministro al posto suo) viene preferito sulla poltrona della procura nazionale Antimafia. Ma il procuratore di Catanzaro vive di “luce propria” e tra chi non brinda al nuovo incarico svanito c'è il grande crimine di Calabria a braccetto con i più “sporchi” tra i colletti bianchi in circolazione...

Tocca alla versione editoriale di Luca Palamara disvelare la verità (ed è quanto dire). Nicola Gratteri viene convocato d’urgenza a Roma, siamo nel 2013. Matteo Renzi lo vuole fortissimamente ministo della Giustizia. Gratteri chede carta bianca “per davvero” «per ribaltare il sistema giustizia» e non è dato sapere, ora come allora, se nonostante Renzi, o malgrado Renzi o con Renzi persino coprotagonista. Resta una particella di endemico mistero, questo. Soprattutto per Renzi. La voce si diffonde «tra le correnti e il “Sistema” – racconta Palamara – si mette in moto per bloccare tutto». La colpa di Gratteri? Essere «molto autonomo, fuori dalle correnti e per di più intenzionato a fare rivoluzioni». «Il Quirinale viene preso d’assalto da procuratori più importanti» la confessione di Palamara. Tocca del resto al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone confidare a Palamara «di aver avuto in quelle ore contatti dai capi corrente». Giorgio Napolitano (che forse non vedeva l’ora) prende atto «che la cosa non si poteva fare» e non si è fatta.
Renzi però, qui l’enigma introspettivo di cui sopra, sale lo stesso al Colle con il nome di Gratteri ricevendo in risposta (ma ormai lo sapeva) un no secco. «Gratteri non era un problema solo in quanto Gratteri: la mossa di Renzi era una sfida al sistema delle correnti e dei grandi procuratori», aggiunge Palamara. Con discreta cognizione temporale di causa si può tranquillamente dire che Renzi (anche strumentalmente) ha giocato la sua partita nel 2013, fino in fondo e cioè anche conoscendo in anticipo i dossier contro Gratteri sul tavolo di Napolitano (non solo di genesi togata). Mentre Gratteri voleva giocare la sua e cioè rifondare (per davvero) il sistema giustizia.
Ministro della Giustizia diventa Andrea Orlando che nel 2014 nomina suo capo di gabinetto, guarda caso ma un caso certamente non è, proprio Melillo. Il “primo della classe”, a dar retta al concorso in magistratura. All’epoca già consigliere giuridico del Quirinale prima di tentare (senza successo) la scalata alla procura di Milano salvo poi ripiegare su Napoli (la più grande d’Italia). Lo stesso Melillo che pochi giorni fa “convince” il plenum del Csm a votare la sua sagoma e il suo profilo istituzionale al vertice della procura nazionale Antimafia.
2013-2022, l’incrocio dopo 9 anni sempre lo stesso rimane per Nicola Gratteri. E sempre Melillo c’è. Il grande salto, la grande scalata nel “salotto” delle istituzioni, viene meno. Nel 2013, secondo uno che se ne intende e che di nome fa Palamara, perché il “Sistema” si è spaventato e ha preferito alzare un muro. Ci sono ragionevoli cognizioni di causa che possano far ritenere che sempre quel “Sistema” ha impedito oggi, nel 2022, la scalata di Gratteri al vertice della procura nazionale Antimafia? Chissà, gli indizi non mancano di certo. Con un’aggravante però non da poco, a dar retta a Nino Di Matteo. «Gratteri in questo momento è l’unico magistrato effettivamente in prima linea contro la criminalità organizzata, in particolare la ’ndrangheta, più pericolosa e temibile che esiste», «Si tratta – ha aggiunto nel corso degli interventi – di uno dei magistrati più esposti al rischio. Sono state acquisite notizie circostanziate di possibili attentati nei suoi confronti poiché in ambienti mafiosi ne percepiscono l’azione come un ostacolo e un pericolo concreto. In questa situazione una scelta eventualmente diversa suonerebbe inevitabilmente come una bocciatura e non verrebbe compresa da quella parte di opinione pubblica ancora sensibile al tema della lotta alla mafia e agli occhi dei mafiosi risulterebbe come una pericolosa presa di distanza istituzionale da un magistrato così esposto». «Dobbiamo avvertire la responsabilità di non cadere in questi errori che hanno pericolosamente marchiato il Csm e creato le condizioni di isolamento, terreno più fertile per omicidi e stragi», ha quindi sottolineato Di Matteo riferendosi chiaramente a Giovanni Falcone a cui venne preferito Antonino Meli per la procura di Palermo.
L’accostamento, sia pure metaforico, è di quelli tragici. E non è detto che sia nemmeno del tutto pertinente. Anche perché Gratteri tutto mostra di sé tranne che voler passare per vittima predestinata. Non ne ha il volto. Né tantomeno si può immaginare che possa accusare il “colpo”. Che poi “colpo” non è per niente.
Tra i grandi sponsor della sua (mancata) ascesa al vertice della procura nazionale Antimafia c’erano i vertici delle principali cosche di ‘ndrangheta del Catanzarese, del Crotonese, del Cosentino e del Vibonese. Non è poco. E c’erano pure i più “sporchi” tra i colletti bianchi di Calabria sparsi in giro. Scusate se è poco. Sono loro, probabilmente, ad accusare di più il “colpo”. Lo avrebbero preferito fuori dai piedi. Ora a Gratteri basterà “completare” il lavoro, che non manca di certo. E prima o poi il “Sistema” si rassegnerà…

I.T.