Operazione Petrolmafie Spa: maxi sequestro da 15 milioni di euro

La Dda di Reggio Calabria e la Guardia di Finanza proseguono nelle indagini sui proventi illeciti realizzati dai clan nel commercio di idrocarburi

Non si ferma l’attività investigativa svolta dal Gico della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, che assieme allo Scico ed alla Dda reggina hanno messo in luce ulteriori dettagli nell’ambito dell’indagine Petrolmafie Spa, sulle presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta nel commercio degli idrocarburi. Indagine che consentito una nuova serie di operazioni in tutta Italia, portando a sequestri di beni in sette regioni e per un valore complessivo di circa 15 milioni. Sono stati i baschi verdi, coordinati dal Procuratore Giovanni Bombardieri, a svolgere una serie di controlli nelle province di Asti, Milano, Piacenza, Parma, Roma, Latina, Caserta, Napoli, Bari, Brindisi e Lecce. Disposto il sequestro di tre società, 21 immobili ed otto automezzi tra auto e moto, nonché di disponibilità finanziarie.
Sarebbero stati confermati dalle indagini gli interessi della ‘ndrangheta e di altre organizzazioni criminali – con base in Sicilia ed in Campania – nella gestione del business di prodotti petroliferi, in particolar modo il loro commercio sull’intero territorio nazionale, essendo altamente remunerativo. Un sistema diffuso, dunque, che è stato definito “una vera e propria joint venture criminale” capace di massimizzare i profitti illeciti a danno dello Stato, nonché della concorrenza. In particolare, le indagini avrebbero messo in luce come le varie aziende poste sotto osservazione avessero dichiarato, falsamente, di possedere tutti i requisiti per poter beneficiare delle agevolazioni economiche derivanti dal commercio dei prodotti petroliferi, acquistati e rivenduti senza l’applicazione dell’Iva. Così sarebbero riusciti ad acquistare da un deposito fiscale di prodotti petroliferi con sede nella provincia di Reggio Calabria. I carburanti così ottenuti sarebbero stati poi ceduti e passati tramite diverse società compiacenti, e dopo rivenduti direttamente al cliente a prezzi estremamente concorrenziali.
Secondo le fiamme gialle, il giro d’affari – garantito tramite fatture false – è stato di circa 600 milioni di euro, mentre il guadagno sul mancato versamento dell’Iva ammonterebbe a circa 130 milioni. Altri 31 milioni sarebbero stati “risparmiati” grazie al mancato versamento delle accise. Il denaro così accumulato sarebbe stati trasferito in società estere o prelevato, dopo una lunga serie di trasferimenti, e poi restituito ai membri del sodalizio ed agli acquirenti del prodotto petrolifero. Un giro che avrebbe consentito un costante reinvestimento nello stesso circuito, determinando un sistema di riciclaggio ed autoriciclaggio da oltre 173 milioni. Una parte di tale importo, circa 41 milioni, sarebbe stato invece riciclato all’estero, in particolare nell’est Europa.
Gli arresti dello scorso aprile hanno interrotto il sistema criminale, ma ulteriori indagini hanno permesso di accertare la volontà di diffondere e ramificare il “progetto” in tutta Italia. In particolare, è emerso come diversi membri del sodalizio si sarebbero prodigati per acquistare nuovi depositi fiscali per lo stoccaggio dei petroli, reimpiegando una parte dei proventi illeciti. Tramite una società di comodo ubicata a Milano sarebbero riusciti ad ottenere un deposito fiscale con sede a Bari, e successivamente anche a Parma.