Morto suicida nel carcere di Vibo, ministero Giustizia condannato a risarcire familiari

Si tratta di un’importante sentenza, destinata a fare giurisprudenza, perchè ravvisa la responsabilità di un’amministrazione penitenziaria anche per chi si è tolto la vita volontariamente

Dopo un lungo iter giudiziale si è conclusa la vicenda che riguardava la scomparsa di S.G., morto suicida nel 2008 mentre si trovava ristretto nel carcere di Vibo Valentia in esecuzione di un’ordinanza custodiale. La moglie e i quattro figli avevano chiamato in causa il ministero della Giustizia per chiedere un risarcimento dei danni subiti per la morte del loro congiunto.
Lo scorso 3 agosto la Corte di Appello di Catanzaro – Carmela Ruberto presidente, Silvana Ferriero e Antonio Scalera consiglieri – ha deciso, dopo un annullamento con rinvio della Cassazione, di condannare il ministero della Giustizia a pagare, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, una somma pro capite (quindi per ciascuno dei 5 familiari, ndr) consistente, oltre agli interessi legali dalla data di pubblicazione della sentenza e il pagamento delle spese processuali. I familiari erano tutti rappresentati e difesi dagli avvocati Giuseppe Di Renzo, Nicola D’Agostino e Nazzareno Rubino, che esprimono soddisfazione per l’importante decisione della Corte ma non entrano nel merito della vicenda.
Nelle motivazioni si legge che, secondo quanto valutato dalla Cassazione, “non può ragionevolmente affermarsi, nella specie, che l’amministrazione penitenziaria abbia adottato tutte le misure idonee ad evitare l’evento“. Aggiungendo a ciò, inoltre, che nonostante non si evidenziassero ragioni di rischio il detenuto era stato sottoposto al regime di “grande sorveglianza” (guardato a vista ogni 20 minuti): “È incontestabile sul piano causale – si legge nella sentenza – che, ove il detenuto fosse stato sottoposto a regime di detenzione comune, come peraltro espressamente richiesto dal pubblico ministero, i suoi intenti suicidari sarebbero stati impediti o comunque resi di assai più ardua realizzazione dalla presenza di altri detenuti”.
Si tratta di una sentenza importante, destinata con molta probabilità a fare giurisprudenza, perchè si ravvisa una responsabilità di un’amministrazione penitenziaria – e quindi un obbligo di risarcimento dei familiari – anche per chi si è tolto la vita volontariamente.