Rischio “variante inglese” in Calabria, ma chi potrà mai testarlo?

Monitorate due persone del Cosentino provenienti dalla Gran Betagna pochi giorni prima la grande chiusura. Nelle prossime ore i tamponi ma il professor Broccolo e il professor Galli avvertono: la strumentazione in dotazione degli antigenici e dei molecolari non rileva nulla stavolta, servono indagini più accurate...

Due persone di origine italiana, ma che vivono in Inghilterra, hanno fatto rientro in un piccolo paese della provincia di Cosenza per le festività natalizie, arrivando in Italia prima del blocco dei voli dal dal Regno Unito a seguito del mutamento del virus Sars-CoV-2. Alla luce della mutazione, le due persone, al momento totalmente asintomatiche, si sono auto denunciate e nelle prossime ore verrà effettuato loro il tampone rinofaringeo per attestare o meno la presenza del coronavirus.
Vista la loro provenienza sono anche state attivate tutte le procedure per accertare se, in caso di positività, sia anche presente la nuova versione del virus. Ma è proprio questo il punto che rende inquietante la vicenda. Chi può constatare oggi in Calabria se si è positivi al Covid “mutato” versione anglosassone?
«Con i consueti test diagnostici molecolari si rileva l’Rna virale ed eventualmente la carica virale, ma la nuova variante si identifica solo se si fa uno studio più accurato della sequenza genetica del virus, considerando cioè il suo intero genoma oppure sequenze parziali» dice il professor Broccolo all’Ansa. «Come quelle – continua – relative alla regione che controlla la proteina Spike, la principale arma molecolare che il virus SarsCoV2 utilizza per entrare nelle cellule». Si apre così, prosegue l’esperto, «un punto interrogativo sui test diagnostici». Ci si chiede, per esempio, se c’è il rischio di perdere dei casi positivi. «I test rapidi antigenici, per esempio, potrebbero dare un numero ancora maggiore di falsi negativi – rileva Broccolo – in quanto cercano l’antigene alla proteina Spike e, se questa è modificato, non riescono a vedere nulla». Quanto ai test molecolari, prosegue, «si dovrà verificare in particolare tutti quei test che amplificano la sequenza del gene S e le aziende produttrici dovranno revisionare le specifiche sonde molecolari e notificarle l’ente certificatore». Si è preferito quindi concentrare l’attenzione su regioni genetiche del virus più stabili, ma questo significa non poter riconoscere la nuova variante, che muta nella proteina Spike. «Si accende di conseguenza un allarme sui test diagnostici», osserva l’esperto. «Soltanto uno studio più approfondito basato sul sequenziamento del patrimonio genetico del virus, che non è un esame di routine, ha permesso di rilevare la variante inglese nella paziente giunta in Italia», dice ancora Broccolo. In altre parole, «la nuova variante la rileviamo solo se la cerchiamo con il sequenziamento, un esame che solo alcuni laboratori possono condurre». Già, coi mancava solo questa. Non bastano i tamponi in frigo “dimenticati”, quelli portati nelle scatole aperte e sotto il sole che un messo viaggiatore non sa se consegnare a Rossano o a Cosenza (Report). Non basta poi Belcastro che ogni pomeriggio, probabilmente, fa la “media” e tira le somme che si possono tirare. Ci mancava la variante inglese. Che potrebbe azzerare l’efficacia dei test antigenici e rendere “archeologia” quelli molecolari dal momento che occorrerebbero analisi più approndite che naturalmente il sistema sanitario nazionale non ha previsto «né mai finanziato» dice il professor Galli. Detta in altri termini, se passa “l’inglese”, una strage. Non resta che augurarsi che i due “anglosassini” di origine calabrese (un piccolo paese) non siano positivi in cuor loro, tanto non si rileverà mai da queste parti. E che non abbiano incontrato molta gente nel frattempo…

I.T.