Rinascita Scott, «il “processo del secolo” è solo una necessità mediatica»

I presidenti delle Camere penali di Catanzaro e Vibo: doveva celebrarsi in Calabria, non c'erano ragioni per la kermesse fuori e in una sala totalmente a rischio Covid. Qui chi non fa l'abbreviato è da considerarsi già rinviato a giudizio». Gratteri sui giudici corrotti: bisogna essere feroci con loro e gli avvocati sanno bene dove circolano mazzette...

Troppi in una sala, circa 600. Inutile la “trasferta” fuori regione, il processo doveva celebrarsi in Calabria. Anche perché, giusto per capirci e con «un numero elevato di imputazioni che risultano già infondate» qui il gioco è a carte scoperte: chi non fa l’abbreviato è già da considerarsi rinviato a giudizio perché “Rinascita Scott” è prevalentemente una inevitabile costruzione mediatica.
È poderoso l’attacco dei presidenti delle Camere penali di Catanzaro e Vibo in una nota-appello in cui chiamano a raccolta le forze e le istanze del diritto di difesa nei processi fino a prefigurare l’alienazione della difesa stessa, iconograficamente raccolta nell’immagine di “Rinascita Scott” in cui gli avvocati non hanno sedia né microfono per provare a spalmare tesi difensive «in prima fila solo lo strapotere dei pm». L’affondo delle Camere penali di Catanzaro e Vibo, in ogni caso, è anche (se non soprattutto) una chiamata alle armi nei confronti della categoria, universalmente intesa. E in “Rinascita Scott” c’è tutta la partita, anche metaforica, a dar retta a questa nota.
«Il processo doveva celebrarsi, nel rispetto della legge, in Calabria – scrivono -; un numero elevato di imputazioni risultano già infondate; la sbandierata “necessità” di costruire un’aula di udienza tradisce la “consapevolezza” che coloro che non opteranno per il rito abbreviato saranno “certamente” rinviati a giudizio».
I presidenti delle Camere penali di Vibo Valentia e Catanzaro, Giuseppe Mario Aloi e Valerio Murgano, si rivolgono al presidente e alla giunta dell’Unione delle Camere Penali e per conoscenza al coordinamento delle Camere Penali calabresi e all’Osservatorio nazionale Ucpi “Doppio Binario e Giusto Processo”. «Nonostante il riacutizzarsi dell’emergenza Covid-19, oltre alla mortificazione delle regole processuali già segnalata, circa 600 persone, tra avvocati, magistrati, imputati, guardie penitenziarie, forze di polizia e personale amministrativo, sono stati “costretti” ad assembrarsi in condizioni disumane, in nome della necessità, tutta mediatica, di costruire il “processo del secolo”; a nulla sono valse le legittime istanze difensive (puntualmente rigettate) rivolte al Gup, semplicemente constatative di quanto era (ed è) sotto gli occhi di tutti: l’aula d’udienza non consente – in condizioni di sicurezza sanitaria – la celebrazione del processo; tutta la prima fila è stata “occupata” dai pubblici ministeri, con le difese “collocate” alle spalle dei requirenti, rimarcando l’egemonia dell’accusa nel processo e una sua maggiore prossimità al giudice; un numero esorbitante di avvocati – circa un terzo – è costretto ad esercitare il ministero difensivo disponendo solamente di una sedia, dunque, senza microfono e banco dove consultare il proprio fascicolo».
Le Camere penali di Catanzaro e Vibo Valentia, accanto all’allarmante situazione in cui gli avvocati operano quotidianamente, nel difficile momento che la pandemia comporta, evidenziano «la fase recessiva che attraversa il diritto di difesa e il definitivo sopravvento delle istanze di difesa sociale sulle esigenze di tutela delle libertà individuali, con conseguente stabilizzazione – anche culturale – dell’ideologia populista e del modello di diritto penale massimo, autoritario, repressivo, del nemico».
«Nella piena convinzione dell’irrinunciabile funzione di garanzia che l’avvocatura svolge all’interno della giurisdizione – scrivono ancora – è evidente come la stessa non possa piegarsi alla continua, inarrestabile, pericolosa erosione dei principi e delle regole poste a presidio del giusto processo. Avvertiamo sempre più forte il pericolo, nell’esercizio della funzione difensiva, che la libertà e l’autonomina vengano definitivamente compresse (e compromesse). Occorre scongiurare il pericolo che chiunque rifiuti la visione panpenalistica del processo come strumento di lotta sociale e si batta, invece, per l’affermazione del giusto processo scolpito nella Costituzione non sia avvertito come un soggetto estraneo al corpo sociale, bensì come il garante della tenuta democratica e liberale del nostro sistema giudiziario».
Le Camere Penali di Catanzaro e Vibo Valentia chiedono quindi che «la Giunta, accanto alla migliore iniziativa che riterrà di assumere nell’immediato, voglia considerare indifferibile la necessità di una presenza forte dell’Unione sul nostro territorio, mediante la programmazione di un evento altamente simbolico e di respiro nazionale a tutela dell’effettività del diritto di difesa e dei valori del diritto penale liberale e del giusto processo».
La difesa va all’attacco, è il caso di dire. Ed è curioso che nello stesso giorno sia anche “l’attacco” ad attaccare più che mai. Sì, proprio lui, il capo della Dda di Catanzaro rifila un doppio fendente a magistratura corrotta e ad avvocati conniventi. Della serie, se la intendono e sono inscindibili nelle loro perversioni…
«Bisogna essere feroci nei confronti di quei magistrati che commettono reati e ricevono soldi e regalie – ha detto Gratteri -. Molti avvocati sanno che esiste questo fenomeno e mi auguro che ci siano coloro che non sopportino e denuncino il fatto che i colleghi riescano ad ottenere cause o assoluzioni perché hanno i canali per pagare. Gli avvocati sono i primi a sapere quello che accade dietro le quinte di un processo…».

I.T.