La “banca” Tricarico, palate di milioni nell’indifferenza generale…

Il procuratore di Paola Pierpaolo Bruni segue l'immenso flusso di denaro e potrebbe avere idee chiare sul percorso anche “collaterale” e che non figura nelle diciture dei bonifici e degli assegni. Il maxi fallimento delle 2 società, 107 milioni di euro, è troppo “record” per essere vero

Qualcuno si è sempre e sistematicamente girato dall’altra parte. Con puntualità più “svizzera” dell’ultimo orologio di grido e tutto d’oro. Che sia toccato ad una banca, all’Agenzia delle entrate, ad una compagnia di servizi telematici: di tutto un po’. Quando s’è trattato di portare fino alle estreme conseguenze la via fallimentare per l’impresa della famiglia Tricarico qualcosa, e più probabilmente qualcuno, ha alzato il freno a mano. Solo così si possono giustificare nel tempo decennale 107 milioni di euro di massa fallimentare. E solo così si può impiantare il più grossolano dei potenziali raggiri, passare da una società fallita ad un’altra che versa i fitti d’azienda a quella in default ma mantenendo sostanzialmente lo stesso “padronato”. Che si sia sistematicamente girato dall’altra parte anche qualcuno in tribunale? Chissà. Certo non s’è girato dall’altra parte Pierpaolo Bruni, il procuratore capo di Paola. Che i soldi ha seguito e gli assegni e i bonifici ha cercato. Centinaia e centinaia di operazioni, emolumenti e competenze probabilmente sovrastimate ma tutte ben felici di danzare attorno all’unico ed eterno nucleo di potere. Tecnicamente parlando è arrivato troppo tardi il fallimento della Inr ed è arrivato invece troppo presto, perché grossolanamente figlio del primo, il fallimento della seconda, la Ctr. E allora quanti, chi, in che modo e per quanto tempo si sono sistematicamente girati dall’altra parte così che il secondo erogatore privato della Calabria (il primo della provincia di Cosenza) congegnasse in modalità anche a tratti grossolana il più grande fallimento della sanità conterranea?

Una montagna di euro oggi, di miliardi prima. Perché la griffe va avanti da anni, tanti anni. Finché non è toccato a Bruni andare fino in fondo provando a vederci chiaro. Probabilmente con una idea molto chiara in testa ma con radici solide e necessariamente limitate (per ora) alle uniche movimentazioni riscontrabili, quelle riferite alla presunta mega distrazione di soldi dalle casse della grande clinica del Tirreno. Che ha il pronto soccorso, unica nel suo genere. Che agli inizi del Duemila si dota del “gioiello” degli interventi di angioplastica, business non da poco. E che numericamente se la sente di sbeffeggiare i numeri dello spoke (oggi si chiama così) Paola-Cetraro. Ma quanti, chi, in che modo e in che forma hanno sostanzialmente lavorato perché attorno al fallimento colossal si accendessero il più tardi possibile i riflettori? E soprattutto, quanti e in che modo ne hanno tratto beneficio indiretto? Oggi Tricarico (in fitto giudiziario nelle mani di altro imprenditore) riceve più o meno 14 milioni di euro all’anno di accreditamenti per conto dell’Asp di Cosenza. Ma vi sono stati anni migliori, per non dire quando la “pappa” era in lire. Ma non è l’Asp sotto la lente di ingrandimento. Che riceve il numero degli interventi erogati e liquida. Qualcuno in Regione poteva saperne qualcosa in più in tutti questi anni? O magari a Roma? Chissà. O magari poteva raccontarne qualche “spiffero” uno dei curatori? Al momento non è dato sapere nemmeno come è stato possibile che le immense cifre vantate dalle banche o da altri soggetti creditori abbiano aspettato così tanto prima di fare irruzione nelle aule fallimentari. Le barche lussuosissime in noleggio con pagamenti esteri sono in prima fila nella ricostruzione mediatica che deve bucare subito e bene, al pari delle spese universitarie pagate con i soldi della sanità di Calabria. E qualche viaggio in yacht in una delle splendide isole del Mediterraneo, ovviamente non da soli, potrà anche aggiungere colore a questa che resta una narrazione drammatica. Ma la sostanza è tutta nell’immensa massa fallimentare che è irrintracciabile a queste latitudini. Nel senso che per una clinica, per quanto grossa, è davvero difficile poter arrivare a gestire più di 100 milioni di debiti prima che qualcuno ne sentenziasse la definitiva “morte”.

E probabilmente sarà questo il “secondo tempo” di Pierpaolo Bruni. Che sulla sanità ha acceso riflettori importanti lungo il Tirreno, dopo averlo fatto e costantemente sull’attività dei sindaci. A proposito, nessuno dei “litoranei” in questi anni ha mai intuito come sarebbe andata a finire? Chissà.

I.T.