Sebi Romeo, il “libro nero” della procura “massacrata” dalla Cassazione

Per certi aspetti sconcertanti le motivazioni alla base della decisione della Suprema Corte di rimettere completamente in libertà l'ex capogruppo regionale del Pd, «assoluta inconsistenza delle ipotesi di accusa». Un'inchiesta che ha contribuito a mandare definitivamente in soffitta la stagione Oliverio

Se non ci avesse pensato direttamente Giovanni Bombardieri in una “concessione” audio (31 luglio dello scorso anno) a levare Sebi Romeo dalle vicissitudini della cosca Libri «il Romeo Sebastiano non ha nulla a che vedere con l’inchiesta che coinvolge la cosca Libri» per alcune ore l’allora capogruppo del Pd in consiglio regionale era persino finito su tutti i media nazionali con il cappio della ‘ndrangheta addosso. Che poi è uno schema classico, peraltro tira pure molto di più.
Ai domiciliari però Sebi Romeo ci finisce comunque e il fascicolo della procura distrettuale di Reggio sempre quello è rimasto, “Libro Nero”, i tentacoli di una delle famiglie più “prestigiose” nell’ambito criminale reggino. Oggi la Cassazione scrive una pagina definitiva e definitivamente inquietante su tutta la vicenda che ha riguardato proprio Romeo, restituendolo alla piena libertà con una delle frasi più nette che la Suprema Corte (anche in modo irrituale) è solita pronunciare, «assoluta inoncistenza delle ipotesi di accusa».
Siamo nel luglio caldissimo dello scorso anno e arriva una mazzata per il capogruppo Pd e per l’ultima fase, la proboscide più avvelenata, della regnanza Oliverio al punto che più d’uno la utilizza per delegittimare definitivamente non solo le ambizioni di ricandidatura del governatore uscente quanto di sopravvivenza dell’intera classe dirigente. Un grimaldello politico-giudiziario, il caso Romeo, che ha fatto da detonatore per la deflagrazione di una guerra tutta interna al Pd di Calabria. La procura distrettuale di Reggio accusa Sebi Romeo, assieme ad un ufficiale della Finanza (il maresciallo Francesco Romeo), di richiedere e ottenere “spifferi” giudiziari su inchieste importanti che possono coinvolgere lui come altri. Tentata corruzione l’ipotesi di accusa e tutti e due finiscono ai domiciliari perché in mezzo ci si imbatte in un presunto interessamento per una assunzione in una ditta di trasporti in cambio di notizie su procedimenti penali.
Gip prima e Tdl poi confermano la misura che però prima di Natale, sempre il Riesame, trasforma nel divieto di dimora (dopo che il gip ha rigettato pure questa richiesta). Oggi la pietra tombale della Cassazione che interviene anche a proposito della irrilevanza dell’uso delle intercettazioni (alcune di queste non potevano essere usate e comunque non contengono notizie di reato).
«È palese l’assoluta inconsistenza delle ipotesi d’accusa» scrive la Cassazione, che appare «del tutto congetturale, senza alcuna corrispondenza con i pochi dati fattuali». «Non solo per la scarsa portata degli elementi ulteriori, rappresentanti soltanto dalle dichiarazioni rese da Francesco Romeo in un proprio interrogatorio, ma anche per la irrilevanza degli stessi elementi desunti dalle prove inutilizzabili e che, però, ben si possono considerare in favore dei ricorrenti». Relativamente poi alla qualificazione giuridica del fatto quale tentativo che «sembra derivare maggiormente dalla genericità della tesi di accusa e dalla incertezza sul fatto, risolta con l’apparente scorciatoia del reato tentato». Dalla generica descrizione dei fatti «risulta tuttalpiù una mera intenzione di commettere il reato o una desistenza volontaria». «Considerare le norme in tema di reato di corruzione, a fronte dell’unico dato comprovato, ovvero l’incontro tra i due soggetti, una volta che lo stesso Tribunale esclude la perfezione del reato (con la promessa o l’istigazione), non si poteva affermare con certezza altro che l’esservi stata o una generica proposta che non aveva avuto seguito o l’impossibilità di una utile prestazione da parte di uno dei Romeo».
Secondo la Cassazione sarebbe evidente un’altra contraddizione palese quando «il Tribunale afferma, o lascia intuire, l’ipotesi che Sebi Romeo sarebbe stato avvertito dal p. u. delle intercettazioni in corso: a fronte di una simile ipotesi, si dovrebbe discutere di una corruzione consumata». In realtà, scrivono i giudici, «dalla lettura dei fatti accertati dal Tribunale, in base ad intercettazioni inutilizzabili di cui però è legittimo fare uso “a favore”, si comprende che non vi è alcuna evidenza di una effettiva “offerta”». Al più una «generica offerta di disponibilità» da parte del finanziere nei confronti del politico, ma «nulla si dice di concreto».
Ma è nel chiudere le motivazioni che la Cassazione diventa persino sprezzante…«L’accusa è del tutto congetturale, senza alcuna corrispondenza con i pochi dati fattuali e risultando esaminato tutto il materiale probatorio disponibile (di cui ampia parte inutilizzabile), non vi è alcuna prospettiva di una diversa decisione in sede di rinvio».
Non c’è bisogno di rinviare niente all’esame di altre Corti. È tutto annullati perché privo di fondamento e di sostanza accusatoria. A Sebi Romeo restano i mesi di costrizione domiciliare e poi il divieto di dimora. E poi ancora, forse, l’essere diventato in qualche modo “tempesta perfetta” per una guerra che poi abbiamo visto come si è conclusa…

I.T.