Smascherato grazie a gruppo su Facebook, truffatore deve restare ai domiciliari

Il 35enne aveva chiesto alla Cassazione di poter ottenere il solo obbligo di firma in attesa degli esiti processuali

Grazie a un gruppo nato su Facebook per contrastare le truffe online era stato smascherato e arrestato dalle forze dell’ordine nell’autunno scorso. Dal carcere era poi passato ai domiciliari ma aveva chiesto il solo obbligo di firma al Tdl di Catanzaro: G. C., 35enne cosentino deve restare ai domiciliari. Così ha stabilito la suprema corte di Cassazione nei giorni scorsi respingendo il ricorso dell’indagato cosentino. L’uomo secondo l’accusa avrebbe venduto prodotti online ad alcuni calabresi senza mai dare poi la merce in cambio del denaro che nel frattempo era riuscito a farsi dare. Si trattava per lo più di oggetti high tech di vario genere e tipo. Per gli ermellini non può essere concesso il solo obbligo di firma e l’uomo dovrà attendere ai domiciliari gli esiti processuali a suo carico. Si legge infatti chiaramente in sentenza: “Ne deriva pertanto che,avuto riguardo alle circostanze specifiche in cui l’oggetto viene posto in vendita attraverso portali on line diretti alla pubblicizzazione delle offerte, può ritenersi sussistere l’aggravante ove il bene posto in vendita non sia mai stato effettivamente posseduto dal venditore che, attraverso l’artificiosa rappresentazione della verità, abbia tratto in inganno l’acquirente impossibilitato a verificare in concreto l’esistenza dell’oggetto prima del pagamento dello stesso. L’applicazione del sopra esposto principio al caso in esame comporta affermare che correttamente veniva contestata e ritenuta l’aggravante di cui all’art. 61 n. 5 cod.pen. posto che l’indagato risultava avere messo in vendita beni mai consegnati attraverso portali on line pur ottenendo il pagamento del prezzo così profittando della impossibilità per gli acquirenti di incontrarsi e valutare visivamente l’oggetto da acquistare, sfruttando le capacità delle piattaforme virtuali. E quindi le particolari modalità del fatto denotano proprio l’esecuzione di artifici e raggiri finalizzati ad ottenere il pagamento di oggetti mai posseduti e tuttavia posti in vendita. In conclusione, l’impugnazione deve ritenersi inammissibile”. Il procedimento giudiziario continua.