Aterp Vibo, Daffinà condannato a pagare 500mila euro

L'ex commissario dovrà pagare la somma a titolo di risarcimento per l'acquisto di un immobile da adibire a sede dell'Azienda provinciale. Condanna anche per Giuseppe Maria Romano

Tonino Daffinà, ex commissario dell’Aterp (già amministratore comunale a Vibo e candidato al consiglio regionale con Forza Italia nell’ultima competizione elettorale dello scorso 26 gennaio), è stato condannato dalla Corte dei Conti a pagare 511.551 euro. Come è noto, la vicenda riguarda l’affare immobiliare che avrebbe portato all’acquisto di un immobile da destinare a sede dell’
Aterp a Vibo. Oltre al noto commercialista, è stato condannato anche Giuseppe Maria Romano (volto noto della politica tropeana), quest’ultimo commissario Aterp dalla fine del mese di marzo del 2009 al settembre del 2011. Romano dovrà pagare una somma di 31.558 euro.
La storia relativa all’acquisto dell’immobile, rientra nello specifico nella gara bandita dall’Aterp nel settembre del 2010. Una gara che tre mesi dopo si aggiudicò una società, la Dgs srl, nata l’8 novembre del 2010. L’offerta presentata fu di 45600 euro (più Iva) per i canoni annui di locazione, rispetto però ad una metratura complessiva dell’immobile di 466 metri quadrati.

L’accusa. Nello specifico, dalla sentenza della Corte dei conti, depositata il 16 dicembre 2019, emerge che “l’avviso pubblico” presagiva che l’offerta dovesse essere approvata dal “proprietario dell’immobile o dal legale rappresentante della ditta/società proprietaria dell’immobile. Il nodo della questione mette in luce però che la Dgs, “per tutto il periodo della durata della locazione, non ha mai avuto la proprietà dell’immobile avendolo acquistato il 20 agosto 2014, qualche minuto prima di rivenderlo all’Aterp”. Inoltre, nella sentenza vengono evidenziati alcuni adeguamenti contrattuali che hanno aumentato il costo della locazione ad una cifra di 80.000 euro con la previsione ulteriore dell’acquisto da parte dell’azienda per un prezzo pari ad oltre due milioni di euro (2,3 milioni). Vi è stata, dunque, una quantificazione del danno complessivo pari ad una cifra intorno ad un milione e 100mila euro. Sostanzialmente Daffinà e Romano avrebbero puntato ad un canone maggiorato per “ampliamenti non necessari delle superfici” prese in affitto e nella “sopravvalutazione dell’immobile” (accusa, quest’ultima, mossa nei confronti del solo Daffinà).

Il conflitto d’interessi? L’accusa sostiene, inoltre, il conflitto d’interessi che riguarderebbe lo stesso Daffinà «a causa del ruolo centrale rivestito in ogni fase della vicenda». L’ex commissario Aterp «aveva contattato le originarie proprietarie dell’immobile locato all’Aterp per proporre loro la vendita dell’immobile», e in un secondo momento si era «recato a Roma per la firma del preliminare e per la consegna a titolo di acconto di un assegno di 120mila euro tratto sul proprio conto corrente, sebbene tale assegno non sia stato mai negoziato»; poi «aveva interpellato un tecnico per l’esecuzione di una perizia relativa all’immobile»; inoltre, «quale socio di maggioranza della “Administration Consulting srl”, aveva gestito la contabilità della Dgs srl» e «aveva condotto tutte le operazioni relative all’acquisto dell’immobile» da parte della medesima società che si è poi aggiudicata la procedura. A parere dell’accusa, dunque, Daffinà avrebbe praticato la politica dei “due forni”: professionista in rapporti con la Dgs e commissario dell’Aterp, che dalla Dgs avrebbe acquistato la nuova sede.

Lo sperpero di risorse. Per i giudici, «l’ampliamento della locazione è andato ben oltre le esigenze dell’Azienda, causando un inutile sperpero di risorse economiche». Nel dicembre 2010, l’Aterp «necessitava di un immobile avente superficie da 400 mq a 600 mq. E invece, senza alcuna valida ragione, in meno di un anno, la superficie locata è letteralmente raddoppiata così come è raddoppiato il canone locativo». Non ci sarebbe stato, sostanzialmente, alcun motivo per motivare l’estensione della superficie in affitto, né l’aumento del canone.
In ballo 288mila euro Vi è di più, perchè «la ingiustificata iniziale inerzia del Daffinà protratta per oltre dieci mesi (dal 19.12.2011 al 5.10.2012,) e la inattività per tutto il 2013, hanno impedito all’Aterp di stipulare l’atto di acquisto nel termine di due anni previsto dal contratto di locazione». Il danno causato alle casse pubbliche da questo comportamento operato da Daffinà ammonta a oltre 288mila euro.

Non c’è concorso doloso. L’attribuzione del dolo da parte della Procura viene però smontata. La gestione che ha portato al danno sarebbe arrivata prima della nomina dello stesso Daffinà. «La natura dolosa della condotta, pertanto, basata sulla tesi del conflitto di interessi, allo stato non è configurabile poiché non risulta dagli atti alcun concorso doloso tra il Romano e il Daffinà, né la Procura lo ipotizza», scrivono i giudici.

Un prezzo ingiusto. La sentenza stabilisce, inoltre, che l’Aterp è stata troppo, per così dire, caritatevole con la Dgs srl, spendendo troppo per l’acquisto del palazzo di Vibo. La quantificazione del danno è pari alla differenza tra il prezzo di acquisto (2,3 milioni) e la stima effettuata dall’Agenzia del Territorio (2 milioni 60mila euro). Circa 300mila euro, dunque, vanno addebitati a Daffinà, che ha completato l’operazione immobiliare. L’ex commissario decise «di procedere all’acquisto dell’immobile a un prezzo superiore rispetto a quello indicato dall’UTE (Ufficio tecnico erariale), giustificando la differenza con ipotetici lavori che di fatto non sono stati mai realizzati». Un danno che però, è bene precisare, non è riferibile al solo comportamento messo in atto da Daffinà. Quest’ultimo condivide le colpe con il dipartimento numero 9 della regione Calabria e, nello specifico, con il manager Antonio Capristo. Capristo, tuttavia, non viene citato dalla Procura della Corte dei conti che non avrebbe riscontrato nei suoi confronti un reato grave.