‘Ndrangheta, inquirenti: “Pittelli in contatto diretto col boss”

Massone iscritto al Goi e in stretto rapporto con la ‘ndrangheta, al punto da essere definito il “Giano bifronte” essendo allo stesso tempo un noto avvocato, un ex senatore della Repubblica e un professionista molto noto. Giancarlo Pittelli, 66 anni, è una delle figure centrali dell’operazione “Rinascita Scott” portata a termine dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. La sua posizione è complessa, dal momento che, secondo gli inquirenti, “avrebbe messo sistematicamente a disposizione dei criminali il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale, del mondo imprenditoriale e delle professioni, anche per acquisire informazioni coperte dal segreto d’ufficio e per garantirne lo sviluppo nel settore imprenditoriale”. L’inchiesta dei carabinieri ha, anche, documentato i rapporti diretti tra Pittelli e Luigi Mancuso, il boss per eccellenza di Vibo Valentia. Le accuse nei confronti di Pittelli sono pesantissime, a partire dall’associazione a delinquere di stampo mafioso, “per avere concretamente contribuito, pur senza farne formalmente parte, al rafforzamento, alla conservazione ed alla realizzazione degli scopi dell’associazione mafiosa denominata `ndrangheta, operante sul territorio della Provincia di Vibo Valentia e su altre zone del territorio calabrese, nazionale ed estero”. Secondo gli inquirenti, le accuse sono mosse dal fatto che “anche al di là delle sue qualità di ex Parlamentare della Repubblica, di avvocato, di massone (e, in quanto tale, di soggetto portatore di un rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale e del mondo imprenditoriale e delle professioni, caratterizzati da vincoli di fratellanza e reciproca riconoscenza), nella veste sostanziale di uomo politico, professionista, faccendiere di riferimento per il sodalizio” avrebbe “instaurato con la ‘ndrangheta uno stabile rapporto ‘sinallagmatico’, caratterizzato dalla perdurante e reciproca offerta di ausilio ed in forza del quale il Pittelli, oltre a garantire la sua generale disponibilità nei confronti del sodalizio a risolvere, anche commettendo specifici reati e comunque sfruttando la propria rete di relazioni personali, i più svariati problemi degli associati, sfruttando le enormi potenzialità derivanti dai rapporti del medesimo con importanti esponenti delle istituzioni e/o della pubblica amministrazione, in particolare delle forze dell’ordine, e, quindi, dalle illimitate possibilità di accesso a notizie riservate e a trattamenti di favore consentiva, altresì, a tale organizzazione d’infiltrarsi e di avere decisiva voce in capitolo in importanti affari ed iniziative imprenditoriali, anche mediando con altri imprenditori ed operatori economici in relazione alle pretese lato sensu estorsive della cosca Mancuso”. Pittelli, sempre secondo la Dda, si sarebbe anche posto “all’esterno quale “uomo” con il quale necessariamente parlare per risolvere un tal tipo di questioni, così oggettivamente rafforzando la sfera di influenza del sodalizio nel tessuto economico, accrescendone, ad un elevato livello imprenditoriale e relazionale, il controllo sul territorio, ed ottenendo così, oltre alla “protezione” mafiosa, una serie di ulteriori vantaggi ingiusti, quali la possibilità di una interlocuzione privilegiata con l’esterno e, quindi, di “contrattare” termini e condizioni più convenienti nella gestione di tali rapporti (in una sorta di circolare rapporto “a tre” tra il politico/ professionista/faccendiere, l’operatore di impresa e la cosca mafiosa, in cui il primo ottiene e concede favori – è scritto nell’ordinanza del Gip – in forza dei suoi legami con le istituzioni e la ndrangheta, fungendo da “cerniera” tra i due mondi, il secondo cresce e/o risolve problemi grazie all’influenza mafiosa ed alla politica collusa, e la terza rafforza il suo radicamento nel tessuto politico ed economico)”.