Appalti in sanità, se Donato aspetta Cotticelli…

La Stazione unica appaltante non procede senza un nuovo decreto del commissario, in ballo 9 gare da più di un miliardo. Ma nel Dca 110 lo “spiraglio” per bandirle lo stesso c'era già. Nel grande caos (e grande alibi) dopo l'avvento del “Decreto Calabria” chi ci guadagna sono le aziende che continuano le forniture (in alcuni casi da anni) in regime di prorogatio...

«Ad oggi Cotticelli non ha fatto pervenire alcun decreto, senza il quale non si può procedere. Se lo ha già fatto e a me non risulta non lo so ma a tutt’oggi io non posso procedere senza questo decreto. Se lunedì lo troverò procederò… ». Il direttore generale reggente della Stazione unica appaltante, Mario Donato, conferma quanto da noi riportato e cioè che ci sono 9 importanti gare in sanità “appese” (e che valgono tutte assieme più o meno un miliardo) ma confessa anche che senza un ulteriore decreto del commissario Cotticelli non si può procedere nonostante siano appalti scaduti da un pezzo se non da anni (ci sono lotti che non si rinnovano da 9 o da 12 anni…). «È vero che siamo fermi da 6 mesi ma tutto quello che si doveva bandire lo abbiamo bandito. Poi è arrivato il “Decreto Calabria” e da quel momento in poi noi (come Sua) siamo fuori gioco». E già, è proprio così. Anche se non del tutto così. Il “Decreto Calabria” impedisce dagli inizi di maggio di programmare nuove gare e di portarle a compimento perché è materia questa ormai di altre stazioni appaltanti, di fuori regione. Che spesso e volentieri non ne vogliono sapere con tutto quello che questo significa in termini di paralisi. Ma il “Decreto Calabria” di questi tempi funziona anche come splendido “ammortizzatore”, come alibi. E non sono pochi i casi in cui finisce per convenire un po’ a tutti non muovere foglia perché tanto «c’è il “Decreto Calabria” che lo impedisce». E così anche le gare tecnicamente “in fase di aggiudicazione”, o quelle in “valutazione tecnica delle offerte”, o ancora quelle i cui atti di gara “sono definiti”, finiscono per rimanere “congelate” perché dal 3 maggio è arrivato il “Decreto Calabria”. E restano congelate anche se erano state messe in cantiere evidentemente prima dell’avvento del decreto del governo che ha messo del tutto in ginocchio la sanità calabrese. Per cui nella ibrida terra di mezzo le aziende sanitarie e ospedaliere incrociano le braccia e non segnalano più nulla mentre la Sua le incrocia due volte perché in una lettera a mezzo Pec inviata alle stesse aziende nel luglio del 2018 le invita a utilizzare le “gare ponte” per interrompere alcuni (scandalosi) regimi di prorogatio. Ma le Asp e le aziende ospedaliere, ovviamente, non procedono non solo perché si proteggono splendidamente sotto l’ombrello-alibi del “Decreto Calabria” quanto perché temono di finire impantanate nella palude di un appalto che non compete loro dal momento che il soggetto aggregante, per legge, è la Stazione unica appaltante. A cui per la verità Cotticelli nel Dca 110 del luglio di quest’anno una via d’uscita la offre per procedere lo stesso, nonostante il Decreto Calabria, relativamente alle gare già in essere…
«In relazione alle gare già pubblicate – si legge infatti nel Dca 110 – per le quali sono in corso le procedure di valutazione delle offerte, alcune delle quali pressocché in fase di ultimazione, spetta il diritto della Sua di concludere il procedimento di gara fino all’aggiudicazione e successivamente alla stipula della Convenzione spetterà il diritto degli Enti del Servizio sanitario regionale di aderire mediante singoli ordinativi di fornitura; di definire, quanto sopra riportato improrogabilmente entro il 30 agosto 2019». Ora, però, apprendiamo che Donato ne attende un altro di decreto da Cotticelli per procedere all’ultimazione delle gare in essere per cui il “gioco dell’oca” è presto sintetizzato. Cotticelli sta fermo perché crede di aver già scritto (nel Dca 110) quello che doveva scrivere per sbloccare la partita. Donato invece aspetta un’altra letterina dal commissario (non gli basta il Dca 110) altrimenti non si muove. Le Asp e le aziende ospedaliere se la danno a gambe nonostante “l’offerta” delle “gare ponte” da parte di Donato. Come dire, non si ci mette nessuno anche perché non solo loro stazioni appaltanti. Per tutto e tutti “l’ombrello” gigante a forma di alibi e che porta il nome del “Decreto Calabria”, autentica sciagura tecnica che però, evidentemente, ne risolve di problemi a qualcuno. E già perché in mezzo a questa gigantesca e industriale paralisi (da un miliardo) ci guadagnano e non poco solo le imprese che continuano a stampare fatture a colori con stampanti di ultima generazione in regime di prorogatio. In splendido e indisturbato regime di prorogatio. In alcuni casi si tratta di rinnovare lotti scaduti da 9 o da 12 anni. C’è il servizio mensa negli ospedali tanto per intenderci, abbondantemente scaduto. C’è il servizio di lavanolo (insieme fanno già una vagonata di milioni di euro). E ve sono altri 7 di capitoli e di gare già in essere e “congelate”. Ma nel frattempo tutto si muove perché nulla si muova. «In un ospedale della regione il servizio di lavanolo costa un milione in più all’anno del costo effettivo» confessa un quotato manager nel corso di un convegno. «A Cosenza il pasto costa 13 euro a persona quando il costo è di 10» denuncia invece il consigliere regionale Guccione. E già perché il “prorogatio” non basta. Poi bisogna comunque aggiustare pure le fatture…
I.T.