Imprenditrice scomparsa, da telecamera manomessa svolta indagini

Un giallo durato 3 anni, mai trovato IL corpo si Maria Chindamo


Arriva a poco più di tre anni dalla scomparsa la svolta per la scomparsa di Maria Chindamo, commercialista ed imprenditrice 44enne di Laureana di Borrello (Rc), portata via con la forza in località Montalto di Limbadi, nel Vibonese, mentre si apprestava ad aprire il cancello della sua tenuta agricola. Del caso si è occupata la stampa locale e nazionale, molti gli appelli e le manifestazioni. L’ultima è avvenuta il 6 maggio scorso (a tre anni, appunto, dalla scomparsa) a Limbadi, promossa dall’Osservatorio regionale sulla violenza di genere e da Libera Calabria ed era partita con un corteo dal luogo dove la donna è stata prelevata e fatta sparire. Al corteo avevano partecipato i tre figli di Maria Chindamo, il fratello Vincenzo (cha per oltre tre anni ha tenuto alta l’attenzione sul caso della sorella) e i ragazzi delle scuole di Limbadi e Nicotera. Nel marzo scorso la Procura di Vibo aveva inviato in una località ben precisa di Montalto di Limbadi alcuni cani molecolari provenienti da Palermo specializzati nel ritrovamento di resti umani. Le ricerche, però, non hanno dato sinora alcun esito. In precedenza, invece, era stata sottoposta a perquisizione un’azienda agricola di proprietà dei familiari del marito di Maria Chindamo, dopo l’avvio delle pratiche di separazione dalla moglie. Nonostante l’uso anche in questo caso di alcuni escavatori, il corpo di Maria Chindamo non è stato trovato.

Sono state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Emanuele Mancuso, dell’omonimo clan di Limbadi a permettere alla Procura di Vibo Valentia di fare una prima luce sulla scomparsa dell’imprenditrice Maria Chindamo, rapita e poi uccisa il 6 maggio del 2016. Emanuele Mancuso ha spiegato agli inquirenti la mania di Salvatore Ascone, arrestato per concorso in omicidio, nel controllare sempre il perfetto funzionamento delle telecamere delle proprie proprietà. Gli accertamenti tecnici dei carabinieri hannopermesso di stabilire che la sera prima della scomparsa di Maria Chindamo, la telecamera della villetta di Ascone che avrebbe potuto riprendere tutta la scena del sequestro, è stata  manomessa per favorire gli autori materiali del delitto. Lo stesso Ascone, in sede di interrogatorio, aveva dichiarato che solo lui aveva disponibilità delle chiavi per accedere alla villetta. Da qui la convinzione degli inquirenti della sua partecipazione alla manomissione della telecamera, unitamente al romeno Gheorghe Laurentiu Nicolae, quest’ultimo indagato a piede libero.   Secondo la ricostruzione degli investigatori, Maria Chindamo è stata aggredita brutalmente una volta scesa dall’auto per aprire il cancello del suo podere di campagna e caricata su un’altra auto per poi essere uccisa.
– I Carabinieri hanno proceduto all’analisi del “libro di bordo” ovvero i file del sistema di videosorveglianza. La “scatola nera”,scoperchiata, ha messo in luce tutte le manovre effettuate dagli  indagati, dati  ritenuti inoppugnabili poiché documentano che le manomissioni sono state effettuate esattamente la sera prima della scomparsa di Maria Chindamo e quindi inequivocabilmente propedeutiche alla commissione del delitto pianificato per la mattinata successiva ad opera degli esecutori materiali, consapevoli di operare in maniera indisturbata e con la sicurezza di non essere ripresi, quindi individuati. Per la Procura di Vibo Maria Chindamo, dunque,  è stata barbaramente assassinata. Un omicidio  perpetrato da ignoti poco dopo le 7 del mattino del 6 maggio 2016 davanti all’ azienda della donna dove uno dei suoi dipendenti trovò l’auto con il motore acceso, l’impianto stereo a tutto volume e tracce di sangue sulla carrozzeria della sua Dacia e al suo interno tutti gli effetti personali, compresa la borsa contenente oltre mille euro in contanti. Le indagini, sviluppate ricostruendo un puzzle fatto di dati tecnici, dichiarazioni degli indagati e perlustrazione d’area, hanno permesso di giungere ad una prima importante svolta con l’individuazione di quelli che per l’accusa sarebbero “due dei correi” dell’efferato delitto.    Secondo la ricostruzione fornita dai Carabinieri, Maria Chindamo è stata  aggredita appena scesa dall’auto e poi caricata con la forza, da uno o più  persone, su un altro mezzo con cui gli autori si sarebbero allontanati. Le tracce ematiche dimostrano la colluttazione avvenuta in più fasi. Una scena che  sarebbe stata immortalata dall’impianto di videosorveglianza se non fosse stato manomesso. Per questo motivo Salvatore Ascone e Gheorghe Laurentiu Nicolae sono indagati perché, secondo l’accusa,avrebbero manipolato il sistema di videosorveglianza “tramite un’interruzione di alimentazione dell’hard disk interno, cagionata da un intervento manuale diretto ad inibire in tal modo la funzione di registrazione”.

Agli investigatori che nel maggio del 2017 lo interrogarono, Ascone dichiarò testualmente: “Le chiavi della casa dove sta custodito l’Hard disk ce lo ho solo io oppure mia moglie. Sicuramente nessuno può aver avuto accesso all’abitazione perché c’è anche un impianto di allarme ed arriva la segnalazione sul telefonino mio, di mia moglie e dell’operaio che si chiama Nicolai”. Ad aggravare la posizione di Ascone sono le dichiarazioni fornite da Mancuso che tendono a rafforzare l’ipotesi accusatoria di una manomissione temporanea volontaria del sistema di videosorveglianza. Il figlio di Panteleone Mancuso, alias “l’ingegnere”, aveva una frequentazione pressoché giornaliera con gli Ascone e conosceva le abitudini della famiglia.       “Ho sempre notato  – ha detto agli investigatori – che era solito monitorare con sistemi di videosorveglianza tutti i luoghi di sua proprietà, sia l’abitazione, sia la casa in campagna, nonché i capannoni e i luoghi in cui aveva beni e animali… omissis … Era particolarmente attento al funzionamento di questo sistema al punto che quando c’erano dei guasti subito chiamava il tecnico affinché se ne occupasse”.  Proprio il mancato funzionamento delle telecamere il giorno dell’omicidio della donna fu oggetto di un colloquio tra Emanuele Mancuso e gli Ascone dopo la scomparsa della donna. “Salvatore Ascone mi disse – spiega agli inquirenti il collaboratore di giustizia – che le telecamere erano spente proprio quel giorno”. La “rivelazione” fece agitare la moglie che si affrettò a precisare che si trattava di un “malfunzionamento”.