Le voci del dramma “lasciati soli, perso tutto ma vivi”

Hanno perso le loro aziende, ma si dicono fortunati perche’ sono vivi. San Pietro Lametino, frazione di Lamezia Terme, teatro della tragedia in cui hanno perso la vita una giovane donna ed i suoi due bambini, e’ il cuore della fertile piana di Sant’Eufemia, al centro della Calabria devastata dal maltempo. Decine di aziende agricole vi hanno impiantato le loro colture e questa notte sono stati in molti a rischiare la vita per preservare serre e coltivazioni. Le loro testimonianze sono drammatiche.

   Salvatore Lachimia e’ presidente della Coldiretti territoriale. E’ testimone diretto di quanto e’ accaduto. “Ho visto il fiume deviare e all’improvviso – racconta all’Agi – mi sono trovato con la mia auto al centro del nuovo alveo. Tornavo da Sellia Marina e gia’ la statale dei due mari (il raccordo che collega Catanzaro allo svincolo autostradale di Lamezia, costeggiando il fiume Amato che straripando ha causato il disastro, ndr) era impraticabile, un po’ il preludio di quanto stava per accadere. A quel punto ho deciso di andare in azienda invece di tornare a casa per controllare quanto stava accadendo. Le devo dire che sono stato un pazzo, davvero ho rischiato di morire”. L’azienda di Lachimia ha alle spalle il corso del fiume sant’Ippolito, proprio alla confluenza con il fiume Amato, reso furioso dal violento nubifragio. Trecento millimetri di acqua in poche ore, quante solitamente, dicono gli esperti, ne cadono in tre mesi.

“E’ successo all’una di notte, sono vivo per un miracolo, ho rischiato di morire. Forse – spiega – mi ha salvato il mio fuoristrada, ma ne sono uscito con grande difficolta’. Il fiume ha spazzato via gli argini ed ha cambiato direzione. Ho perso la mia azienda, ma sono ancora vivo. Manca la manutenzione dei fiumi. E dire che basterebbero pochi soldi che si preferisce destinare alle sagre di paese”. Trenta ettari di coltivazioni, di cui 15 coperti dalle serre, sono andati distrutti. Fango ed acqua hanno cancellato anni di lavoro. “Coltiviamo cipolle e fragole. Per mesi abbiamo sottoposto i terreni alla preparazione necessaria, tutto inutile, tutto perso. Vale per me – spiega – e per altre decine di produttori della zona”.

   Quella di Domenico Santacroce e’ un’altra voce del dramma. Si aggira ancora nei suoi uffici ricoperti da due metri di fango in alcuni punti. La furia delle acque ha investito 30 ettari di coltivazione di cipolle e altri 11 di coltivazioni in serra. “Ci siamo trovati sotto due metri d’acqua – racconta – sono riuscito a salvare mio figlio e due operai che erano con lui. Si sono arrampicati sul tetto di una serra e sono scampati alla morte, ma c’e’ mancato poco. L’esondazione dei torrenti Randace e Torrina ha scatenato un inferno”. I centralini dei Vigili del Fuoco, nel corso della notte, sono andati in tilt. I pompieri non hanno potuto fronteggiare tutte le chiamate, sebbene 100 uomini abbiano lavorato tutta la notte ininterrottamente. “Qui – mi creda – lamenta Santacroce – non si e’ visto nessuno. Ho chiamato ma non si e’ visto nessuno. Mio figlio e i miei due operai hanno visto la morte in faccia, ma sono vivi”.