Tutti “distaccati” alla Cittadella

Il Csa-Cisal segnala nuovi casi, dopo i 60 transitati dalle aziende sanitarie e ospedaliere: «Invasa la pianta organica. Ma qui c’è già un esercito di 2.400 lavoratori»

Non c’è nulla di più definitivo del provvisorio. E se l’assunto è valido per tutto lo Stivale lo è ancor di più se lo si riconduce all’esperienza degli utilizzi temporanei e della miriade di consulenti esterni che prestano servizio nell’amministrazione regionale». Il sindacato Csa-Cisal chiede con vigore «che si metta un argine al fenomeno proliferante dell’impiego di dipendenti esterni che hanno ormai invaso la pianta organica della Regione. Una situazione sempre più aggravata a causa della pratica dei “comandi” da altri enti». Nonostante le ripetute denunce sulle decine e decine di casi di personale sanitario ed amministrativo finiti negli uffici dell’ente regionali, incastonati a tutti gli effetti, pure fisicamente, nei dipartimenti della Cittadella, negli ultimi mesi il sindacato ha contato almeno nove nuovi casi. «Fioccano – si legge in una nota – le assegnazioni temporanee ma la Regione continua a non provare vergogna. Fra i nuovi, abbiamo l’istruttore direttivo tecnico di categoria D che da luglio di quest’anno è passato dal Comune di Cardinale alla Protezione civile. Stessa destinazione, stabilita ad agosto, per un altro dipendente proveniente dall’Arcea (l’Agenzia Regionale per le Erogazioni in Agricoltura). E poi c’è un contingente giunto dall’Arpacal. Sono addirittura sette: cinque di categoria D, uno di categoria C e un altro di categoria B. Tutti questi hanno preso l’ascensore in direzione dell’amministrazione della giunta regionale. Come se di queste figure l’amministrazione non ne avesse già in abbondanza nella propria dotazione organica».
«Pensavamo – prosegue il sindacato – che la soglia di tollerabilità massima fosse stata raggiunta con la sessantina di profili, fra medici, infermieri e personale amministrativo passati dalle corsie degli ospedali alle stanze del Palazzo Regionale, ma evidentemente il senso di imbarazzo non appartiene a chi guida l’ente». Il sindacato Csa-Cisal, fino a dicembre dell’anno scorso, aveva censito ben 56 trasferimenti in uscita dai reparti delle aziende ospedaliere e sanitarie calabresi. La schiera è composta da amministrativi, nutrizionisti, ostetriche, psicologi, medici di pronto soccorso, biologi, tecnici della prevenzione e, addirittura, pure due infermiere professionali.
«Tutti – scrive il Csa-Cisal – dipendenti sottratti ai compiti per i quali sono stati assunti, per finire in netta prevalenza nel dipartimento “Tutela della Salute e Politiche Sanitarie” e nella Sua (Stazione unica appaltante). Proprio mentre reparti degli ospedali calabresi sono costretti a chiudere, a sospendere o limitare le attività verso i cittadini a causa delle carenze strutturali di personale specializzato. Non vorremmo – incalza il sindacato – che queste assegnazioni, cosiddette temporanee, della sanità e oggi anche Arpacal (e ancora altri enti) fossero un “escamotage” per far fare carriera a quelli che hanno i santi in paradiso, visto che si è assistito a casi di infermieri che nel giro di pochi mesi sono passati dall’ambulatorio infermieristico situato nella Cittadella regionale ad una postazione in ufficio a tutti gli effetti, con tutta l’intenzione di restarci. Qualcuno dovrebbe spiegare se i titoli e le mansioni di questo contingente sanitario “comandato” possano considerasi equipollenti a quelli necessari a svolgere le attività amministrative tipiche dei compiti d’ufficio che sono state loro assegnate a seguito del trasferimento dalle Asp o dalle Aziende ospedaliere. È come se, al contrario, a un funzionario di ruolo della Regione che per anni si è occupato dei fondi comunitari fossero messi in mano i ferri per un’operazione chirurgica o una siringa per un’anestesia. Oppure se chi ha lavorato da sempre con pratiche e documenti fosse catapultato nell’accettazione di un pronto soccorso».
«Quale criterio funzionale – chiede il sindacato – c’è dietro questa logica degli utilizzi temporanei dei sanitari e non in Regione Calabria? E poi, guardando ai risultati amministrativi, che benefici ne ha tratto il dipartimento “Tutela della Salute e Politiche Sanitarie”? I dati parlano chiaro, il dipartimento è fra gli ultimi nella valutazione della performance nel confronto comparativo con gli altri dipartimenti dell’ente regionale, ricorda il Csa-Cisal. Infatti, l’indicatore generale, relativo all’anno 2016, fa segnare appena il 78,26% nella performance organizzativa e appena il 43,05% degli obiettivi operativi conseguiti. È l’organizzazione dipartimentale con il peso maggiore, almeno per la quota di risorse transitanti sul totale del bilancio regionale, eppure è forse quella più sconquassata. Un disagio che parte dai vertici».
«Su 13 settori – ricorda il sindacato – nemmeno la metà è coperta da un dirigente realmente operativo. Il vero grande malato della sanità è proprio il dipartimento che dovrebbe governarla. Invece di semplici palliativi si cominci con il dire basta ai medici e infermieri riciclati in amministrativi». «L’occasione è alle porte visto che la scadenza dell’assegnazione di questi sanitari e amministrativi provenienti dagli ospedali calabresi coincide con la fine dell’anno, si eviti – chiede con forza il sindacato – di prorogare questi incarichi di utilizzi temporanei e di frenare il fiume in piena degli incarichi di consulenza a esterni. L’assessore al Personale si rivesta di autorità e coraggio e li rispedisca nei reparti degli ospedali di provenienza dove i calabresi ne hanno più bisogno e per cui sono stati assunti. E dopodiché si operi una stretta generalizzata su tutti gli altri. Il sindacato aveva scoperto assegnazioni addirittura che avevano superato il decennio, più longeve ormai dei governi della Repubblica. Questo per far capire che il problema è risalente e, altro aspetto fondamentale, è denigratorio nei confronti della dignità dei dipendenti di ruolo dell’ente calabrese. Invece di pensare ad una valorizzazione proficua dei profili interni, a un più efficiente inquadramento e riqualificazione dei lavoratori attraverso le procedure di progressione (20%) previste dal decreto legislativo 25 maggio 2017, numero 75 e dal nuovo Ccnl 2016/2018 mentre si preferisce aprire porte e portoni a esterni. In Cittadella c’è già un esercito di circa 2.400 lavoratori. Non c’è bisogno di altri innesti».
«È piuttosto desolante prendere atto – evidenzia il sindacato – come il datore di lavoro preferisca la via più sbrigativa della grande ammucchiata in Regione dimenticandosi che di dipendenti ne ha già abbastanza. Molti dei quali, dopo anni e anni di servizio, si ritrovano in uno stato di abbandono professionale e senza lo spiraglio di crescita lavorativa perché scavalcati dagli ultimi arrivati. Personale con tanta esperienza accumulata, con titoli adeguati alle mansioni amministrative e con una formazione professionale continua, a totale carico economico dell’ente regionale, non valorizzato. I dipendenti di ruolo della Regione cominciano a manifestare malumore per questo continuo e zelante assedio degli esterni. I cosiddetti “comandi” e “utilizzi temporanei” – i trasferimenti di personale da un ente all’altro – hanno di regola una durata limitata di dodici mesi, ma sempre più spesso arrivano le proroghe».
«A quel punto – sottolinea il sindacato – scatta, guarda caso, la possibilità per i “prestati” di entrare nei ruoli dell’amministrazione regionale. Forse la Regione non si fida della qualità e del valore professionale dei propri dipendenti ed è costretta a pescare non solo all’esterno ricorrendo alle numerose consulenze ma anche da altri organismi partecipati o strutture para-regionali o ancora da un’altra amministrazione pubblica? Quale prospettiva di valorizzazione delle risorse umane interne si sta perseguendo con questo modo di fare? E non vorremmo – commenta il sindacato – che paradossalmente gli enti pubblici che “prestano” il personale alla Cittadella siano poi costretti, a loro volta, a ricorrere a nuove procedure di reclutamento per sostituire i “comandati” o i “temporaneamente utilizzati”, facendoli però gravare economicamente sulle tasche dei calabresi. Non sanno valorizzare le proprie risorse e poi fanno ricadere i costi sulla collettività? E inoltre lo spostamento dei dipendenti non è gratuito. Basti pensare alla necessità di affrontare le spese per attivare e garantire il funzionamento delle nuove postazioni complete per piazzare queste milizie esterne. E – chiosa il sindacato – se non fosse sufficiente la logica e il rispetto per i dipendenti di ruolo della Regione, l’assessore e il dirigente generale reggente al Personale insieme ai dirigenti dei settori che richiedono le assegnazioni temporanee comincino a provare vergogna per questa insensata pratica che costa ai calabresi e offende la dignità lavorativa dei dipendenti di ruolo rendendo caotico e inefficace il funzionamento dell’ente. Pertanto si proceda, nel prossimo futuro, a rimandare comandati ed assegnati “temporanei” nei propri enti di appartenenza dando il giusto spazio e valore ai dipendenti regionali».