‘Ndrangheta, assegni di Agea confiscati ai Crea

Ritrovati dalla polizia a casa dei boss titoli di pagamento dell’agenzia nazionale per i fondi dell’agricoltura

La Polizia di Stato di Reggio Calabria ha dato esecuzione a un provvedimento di confisca beni, emesso dal locale Tribunale-sezione Misure di prevenzione, per 6 milioni di euro, nei confronti dei principali esponenti della Cosca Crea operante nella Piana di Gioia Tauro. L’attività in questione, operazione “Feudo”, rappresenta la naturale evoluzione delle indagini, condotte dalla Squadra mobile di Reggio Calabria e coordinate dalla Dda reggina (operazione “Deus”), a conclusione delle quali, in data 04/06/2014, fu data esecuzione a un’ordinanza, emessa dal gip presso il Tribunale di Reggio Calabria, con la quale furono disposte, nei confronti di 16 persone, le misure della custodia cautelare in carcere e degli arresti domiciliari per i delitti di associazione di stampo mafioso, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni e truffe alla Comunità europea.
Tra i destinatari del provvedimento restrittivo, oltre a Teodoro Crea, capo storico della famiglia, e buona parte del suo nucleo familiare, risultarono anche altri esponenti di spicco della ‘ndrina quali Antonio Crea detto “u Malandrinu” e Domenico Crea detto “Scarpa Lucida”, legati da vincoli di parentela con il suddetto capo della consorteria criminale, e tre ex amministratori pubblici del Comune di Rizziconi.
Nel corso delle indagini, è emerso che Giuseppe Crea classe ‘78, nonostante fosse latitante dal 2006, attestava falsamente di essere un imprenditore agricolo, procurandosi così un ingiusto profitto, consistito nell’indebita erogazione da parte dell’Agea dei contributi comunitari relativi Piano di Sviluppo Rurale per oltre 180 mila euro. Analogo reato è stato contestato al padre Teodoro Crea, alla madre Clementina Burzì e alla sorella Marinella, per contributi pari a quasi 50 mila euro. Il provvedimento ablatorio ha interessato svariati beni riconducibili a Teodoro Crea, boss indiscusso dell’omonima cosca, in atto sottoposto al regime del 41 bis, alla moglie, Clementina Burzì, alla figlia Marinella e a suo marito, Francesco Barone.
Le indagini patrimoniali hanno dimostrato che i citati soggetti, in virtù della loro appartenenza al clan mafioso, erano riusciti, con il profitto derivante dalla gestione delle attività illecite e avvalendosi della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo, ad accumulare un ingente capitale, sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati, che reinvestivano nell’acquisto di terreni, società e beni immobili, intestati, al fine di eludere la normativa antimafia, ai propri familiari o a soggetti terzi. Il Tribunale di Reggio Calabria, accogliendo le risultanze investigative, ha disposto il sequestro dei seguenti beni: edifìcio di pregio, composto da tre appartamenti e 2 locali uso deposito/garage; villa di pregio; unità immobiliare composta da due abitazioni e un locale uso deposito; immobile in corso di costruzione; unità immobiliare composta da tre appartamenti e un locale destinato all’esercizio di attività commerciale; un appartamento; unità immobiliare composta da due stabili adibiti, rispettivamente, a caseifìcio e abitazione; 6 fabbricati adibiti a stalle; 18 terreni; impresa agricola individuale “Burzì Clementina” con sede in Rizziconi; titoli Agea emessi a favore di Marinella Crea.

UN VALORE PATRIMONIALE PARI A 6 MILIONI DI EURO

Il valore del patrimonio confiscato ammonta complessivamente a circa 6 milioni di euro. Ecco l’elenco completo:
• villa di pregio;
• unità immobiliare composta da due abitazioni e un locale uso deposito;
• immobile in corso di costruzione;
• unità immobiliare composta da tre appartamenti e un locale destinato all’esercizio di attività commerciale;
• un appartamento;
• unità immobiliare composta da due stabili adibiti, rispettivamente, a caseificio e abitazione;
• 6 fabbricati adibiti a stalle;
• 22 terreni;
• impresa (“IL PUNTO s.a.s”, attiva nel campo della gastronomia, rosticceria da asporto e conduzione di pub, birrerie, creperie, ristoranti e altro) e il relativo patrimonio aziendale;
• quota, pari al 20% del capitale, relativa alla società “CREA MODA s.r.l.” (attiva nel campo del commercio all’ingrosso e al dettaglio di abbigliamento, pelletteria, pellicceria, calzature);
• conti correnti e titoli AGEA. Le indagini patrimoniali hanno dimostrato che i citati soggetti, in virtù della loro appartenenza al clan mafioso, erano riusciti, con il profitto derivante dalla gestione delle attività illecite e avvalendosi della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo, ad accumulare un ingente capitale, sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati, che reinvestivano nell’acquisto di terreni, società e beni immobili, intestati, al fine di eludere la normativa antimafia, ai propri familiari o a soggetti terzi.