Gratteri, Ardita e Di Matteo: “attentato” senza bombe?

Il procuratore di Catanzaro, secondo “Repubblica”, avrebbe sponsorizzato l'incontro in Autogrill tra Renzi e Mancini, boss degli 007 nel mentre gli altri 2 finiscono, in modo differente e con finalità differenti, nel pantano indecifrabile della “loggia Ungheria”. Solo una coincidenza la contemporaneità dei “fronti” che coinvolgono tre magistrati molto legati tra loro?

L’incontro tra il “boss” degli 007 Marco Mancini e Matteo Renzi, immortalato e filmato in Autogrill da una “stazionante” che poi lo avrebbe girato in modalità posdatata a “Report”, sarebbe stato fortemente sponsorizzato niente di meno che da Nicola Gratteri. È Carlo Bonini su “Repubblica” a farsi carico di un retroscena che attentamente, e sapientemente, virgoletta il virgolettabile e lascia “libero” invece il corpo principale del testo. Mancini, secondo “Repubblica” e a questo punto con sufficiente stratificazione della notizia in ambienti dei servizi e della regnanza politica, incontra Renzi il 23 dicembre in autostrada «perché ballano le nomine di 3 vicedirezioni nei Servizi. E Mancini, cui una di quelle vicedirazioni è stata promessa da Conte, bussa a qualunque porta. Anche a quella di un vecchio amico, il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. È il magistrato a chiamare Renzi – scrive Bonini – (con cui ha un rapporto di confidenza dai tempi in cui lo aveva immaginato ministro di Giustizia) pregandolo di incontrare Mancini che, evidentemente, in quella vigilia di Natale, comincia a sentire puzza di morto a Palazzo Chigi e ritiene utile un appoggio per la nomina anche da chi ha di fatto aperto la crisi di governo mettendo in mora Conte».
Insomma, secondo “Repubblica”, per conquistare la vicedirezione dei Servizi Mancini avrebbe prima provato (riuscendoci) ad accreditarsi con Giuseppe Conte che però ad un passo dalla sua “caduta” non avrebbe potuto più dare garanzie al “boss” degli 007. E così Mancini si sarebbe rivolto direttamente “all’esecutore” della caduta di Conte e cioè Matteo Renzi ma per incontrarlo avrebbe fatto affidamento niente di meno che su Nicola Gratteri.
Il rapporto tra Gratteri e Renzi non è un inedito, ancor di meno la stima dell’ex premier che lo voleva (?) ministro, quantomeno fino alla porta di Napolitano. Ma perché Mancini si sarebbe affidato (solo) a Gratteri per incontrare Renzi? Lo spin doctor dell’affaire Abu Omar che ha fatto tremare il mondo, “gemello” del capo della security di Telecom Italia che ha spiato il mondo, poteva contare solo su Gratteri per incontrare (e convincere) Renzi? Ma poi, Renzi, da “esecutore” della caduta di Conte ha mai mostrato titoli e muscoli per guidare i percorsi successivi di potere? E soprattutto, perché esce ora e con queste movenze l’intercesisone di Gratteri a favore di Marco Mancini?
Poche ore prima della rotativa che dà in stampa “Repubblica”, con il pezzo di Carlo Bonini che non è certo cronista con qualche traccia di peli sullo stomaco, Nino Di Matteo con gli occhi lubrificati dalla tensione dice la sua sulla vicenda della “loggia Ungheria”. È un viso teso e provato, ma gli occhi sono di quelli che non si possono spegnere mai. È “Piazza Pulita” l’atrio, il capo del processo che porta il nome della trattativa Stato-Mafia, con rivisitazione sconcertante dell’agguato palestinese a Borsellino, dice la sua sulla questione delle questioni, la rivelazione dell’ultima “loggia” nella pancia putrefatta della magistratura. Di Matteo sgrana gli occhi, li muove nervosamente e preferirebbe parlassero loro. Ma la sua la dice. A partire da Davigo, perché no. Secondo Di Matteo Davigo aveva tutte le “conoscenze” storiche per considerare immediatamente bufale, sconcertanti bufale, le carte con Sebastiano Ardita dentro la loggia “Ungheria”. Per Di Matteo le date, le concidenze, le conoscenze, i retaggi, portano dalla parte dell’impossibilità, della fake. E allora, si chiede Di Matteo, perché Davigo ha traccheggiato a centrocampo e non ha consegnato a chi di dovere quelle polpette avvelenatissime? E soprattutto, avvelenate da chi e per quale ragione? Di Matteo va oltre. E rintraccia in se stesso la “casella postale” della “bomba” a cui non serve espoldere. Perché far arrivare a me le carte con Ardita dentro la fantomatica loggia, si chiede Di Matteo? Che però non ha dubbi sul collega conterraneo, «ne sono certo, lo dicono le date e i fatti. È tutto falso quanto scitto in quelle carte e che lo riguardano». E allora, perché? Perché Ardita, perché Di Matteo come “terminale” delle carte con la possibile fake dell’amico e collega dentro?
Certo che trio. Di Matteo, Ardita e Gratteri. Tutti e tre tra le 72 e 96 ore sotto attacco. Frontale, sia pure con modalità differenti. E senza “bombe”, quantomeno di quelle che devono esplodere per far rumore. Chissà quale strana concidenza li unisce in questo “attacco” e chissà se questa altro non è che la prima parte di una “finale” che deve vincere tutta la partita, la “sovversione”. Dentro e fuori i poteri dello Stato.
Certo che trio. Di Matteo, Ardita e Gratteri.
In una serata caldissima di luglio a Catania, a presentare un libro di Ardita (Cosa nostra Spa) Nicola Gratteri forse qualche spunto alle “bombe” che non devono esplodere lo ha fornito, più o meno inconsapevolmente. «C’è chi si alza la mattina – ha detto tra l’altro – per costruire prove false, per indebolire persone che credono e sperano in un futuro diverso per questa nazione. Oggi c’è più la cultura dell’apparire, ma quando ero giovane la cultura dell’essere era un valore. Oggi ha valore avere un Suv, vestire bene, andare in settimana bianca. Oggi c’è una classe dirigente che non intende rinunciare alle vacanze o alla macchina di lusso ed è disposta a farsi corrompere. Ecco perché la gente non ha fiducia nelle istituzioni e nemmeno nella magistratura. La “mamma” di tutte le riforme del Csm va fatta. Sono d’accordo con il sorteggio. Senza nomine la magistratura diventerà più trasparente…».

I.T.