«La provincia di Cosenza non è da zona arancione…»

Il sindaco di Acri, Capalbo, tiene ancora alta la guarda e mantiene la sospensione della didattica in presenza per le scuole primarie e secondarie. «La zona rossa è servita...». A Rende il Comune vuol vederci chiaro prima di aprire tutte le scuole e chiede all'Asp i numeri veri del contagio, «ci giungono tantissime segnalazioni, siamo preoccupati». Sono 323 i casi Covid giornalieri in tutta la provincia, percentuale di positività al 24,3%. E l'Annunziata ha la fila di ambulanze fuori e 30 pazienti in pronto soccorso in attesa di un letto (che non c'è...)

Sindaci che chiudono. Sindaci che chiedono conto. Sindaci preoccupati. Sindaci che si fidano assai poco della “zona arancione” di Calabria che consegna il più tragico dei paradossi del lunedì. Riaprono negozi e tutte le scuole (almeno fino al 50% in presenza per le superiori) mentre la Calabria ha la “febbre da Covid” che così alta non l’ha mai avuta. Poco meno di 600 casi nel report della domenica, percentuale di positività regionale pazzesco, il 18,5%. Con una provincia che “brucia” più delle altre, quella più grande, quella di Cosenza. Qui, con 323 casi e percentuale “lunare” di positività al 24,3%, si rasenta il gigantesco “hotel Covid” naturale. Un focolaio unico che al primo colpo di vento divampa e fa strage. Le immagini dell’Annunziata di domenica pomeriggio con una decina di ambulanze in attesa di far fare tamponi, con dentro in pronto soccorso 40 pazienti Covid di cui solo 10 hanno trovato riparo in posti letto di fortuna, è iconografica della vicenda. È dramma nel dramma con la regnanza medica che nelle chat dei camici si lascia far leggere una espressione del genere, «la situazione è drammatica, se non si arresta l’epidemia si rischia di chiudere l’ospedale». Già, proprio così. In parte lo si può considerare già chiuso, se per ospedale si intende trovare un letto per un infartuato (impossibile fino a ieri) o per malati oncologici che vi hanno fatto ingresso per “grazia” (il tumore) salvo rischiare di non uscirne per “giustizia” (due di questi sono in fin di vita perché nel frattempo hanno preso il Covidi e sono lì lì per morire). Perché l’Annunziata, nel frattempo, è Covid hospital h24 ed era questa l’unica cosa che l’hub della provincia più grande non poteva consentirsi. Ma è accaduto lo stesso, nonostante il Covid non si sia presentato al grande pubblico nelle ultime ore. Oggi c’è saturazione di tutti i posti in terapia intensiva, all’Annunziata. E l’occupazione dei posti letto di area medica, “prestata” al Covid, è al 50%. Ben 10 punti sopra la soglia critica.
Eppure, nel lunedì che viene dopo la Pasquetta (i contagi “familiari” e pasquali al Covid debbono ancora essere misurati, mancano un paio di giorni e si “peseranno” le pastiere) la Calabria e soprattutto la provincia più “virale” e cioè quella di Cosenza vanno in zona arancione. Più paradosso di così. Ma ci sono sindaci che non ci stanno lo stesso, che provano a tenere quasi eroicamente alta la guardia.
Uno di questi è senza alcun dubbio il sindaco di Acri, Pino Capalbo. Che apprezza la flessione dei contagi sul territorio comunale derivanti dalla zona rossa, «ha dato dei risultati». Ma che non si fida del contesto generale, non si fida per niente anche perché proprio di domenica sono arrivati i risultati di 80 positivi al test molecolare su 248, ne mancano un’altra ventina di responsi. Sono test cumulati negli ultimi 10 giorni ma che in ogni caso danno la cifra di una percentuale di positività ancora molto alta, seppur meno alta rispetto a pochi giorni fa, «la zona rossa è servita, ha funzionato». Acri aveva già chiuso parecchio prima dell’ordinanza regionale, sospendendo didattica in presenza e vietando il consumo di bevande alcoliche. E nelle ultime ore il sindaco Capalbo ha nuovamente provato a reiterare la zona rossa per il suo Comune ma sollecitato su parere, l’Asp, non ha supportato la scelta. Capalbo però sospende lo stesso la didattina in presenza per le scuole primarie e secondarie e si riserva di decidere nelle prossime ore sulle superiori, se accettare o meno la presenza al 50%. Il perché, della grande preoccupazione, è presto detto. «L’ospedale di Cosenza è allo stremo, la grande preoccupazione è per le scuole d’infanzia di primo e secondo grado. Credo che la provincia di Cosenza non sia da zona arancione. Speriamo che la prefettura o il Tar su impulso dei genitori non mi dichiari inefficace l’ordinanza per le scuole…». Già, perché poi c’è pure questo in giro. Ospedale pieno, ambulanze in fila, uno su 5 con il Covid in provincia (se testato) e ci sono poi alcuni genitori che inoltrano ricorso al Tar se un sindaco sospende la didattica in presenza nelle scuole. Acri, in ogni caso, si tutela. Ma non è il solo municipio. A Rende, per esempio, altro grosso centro con robusta percentuale di positività su test e di positivi conclamati nelle case («ci giungono tantissime segnalazioni») il Comune chiede all’Asp che fare con le scuole. Della serie, i contagi sono inarrestabili ma i dati veri dei positivi attuali su Rende l’Asp non li comunica. Il sindaco e i dirigenti del Comune attendono comunicazioni in merito, poi Manna deciderà se sospendere o meno tutte le didattiche in presenza nelle scuole. Perché poi alla conta finale sempre questo è l’incrocio vero. La scuola. Per dirigenti scolastici (incentivati dal ministero) e insegnanti (idem con budget) il luogo più sicuro. Per famiglie con 50enni in ambulanza o in attesa di intensiva un po’ meno…

I.T.