«Come si chiama il cugino della Catalfamo? Questi sono tutti sponsorizzati da lui…»

È Ciccio Cannizzaro «il politico» che spinge per far lavorare la ditta di padre e figlio a loro volta interdetti dalla prefettura perché sarebbero allineati al clan Pesce-Cacciola. In una intercettazione, citata nel decrerto di amministrazione giudiziaria della Avr, dialogo al vertice dell'azienda con la sottolineatura della parentela con l'assessore regionale alle Infrastrutture

C’è una ditta che deve lavorare per forza, di diritto o di rovescio. E che deve stampare fatture, o direttamente alla Avr oppure in subappalto. Non si scappa da questa equazione e lo sanno benissimo ai piani più alti della Avr, il colosso a quattro zampe pubblico-privato che deve di mestiere mangiar soldi e spalmarli in proporzione nel potere criminale di Reggio e provincia, ovviamente senza trascurare i posti di lavoro da concedere ai colletti bianchi della politica che poi, a ragion veduta, si possono girare dall’altra parte. Nel decreto che motiva l’amministrazione giudiziaria della Avr, genesi e prologo dell’inchiesta della Dda di Reggio che ha portato a misure e indagati importanti, lo scenario tracciato è persino semplice nella sua linearità. I vertici di Avr sono estremanente protesi alla “conservazione della specie”, al mentenimento degli equilibri ed è Romeo in testa (il capo) che conosce la musica che deve essere suonata. E c’è quella ditta che deve lavorare per forza. Fa capo alla famiglia Maduli, Biagio Francecso il padre e successivamente poi il figlio. Una ditta di Rosarno che incassa una doppia interdittiva antimafia, prima al padre e poi l’estensione alla progenie. E sì perché nel frattempo pochi giorni dopo l’interdizione alla ditta del padre i due aprono un’altra ditta (a nome del figlio) che riprende a fatturare rigogliosamente alla Avr, manutenzione strade nella Piana. Finché non scatta l’interdittiva al quadrato, l’estensione al dna della famiglia. Fine (temporanea) delle fatture alla Avr ma per la griffe che la Dda e un paio di gip considerano affiliata alla cosca Pesce-Cacciola non è certo il tempo di smettere di incassare. C’è sempre il subappalto, di diritto o di rovescio. Ai Maduli deve subentrare per forza un’altra ditta per i lavori appaltati, la ditta Curinga. Che all’improvviso, ma non troppo, si accorge che a Rosarno non si può lavorare senza coinvolgere i Maduli. Impongono trattori e merci, si legge nel decreto di amministrazione giudiziaria. Fino a rendere diseconomico l’appalto stesso. Della circostanza “spiacevole” se ne discute ai vertici della Avr ma è lo stesso Romeo, intercettato, che conferma che c’è da trovare un equilibrio. Tradotto in sintesi, la ditta dei Maduli deve lavorare lo stesso e deve guadagnare. Secondo i magistrati è la cosca di riferimento a cui occorre dar conto e da questo “dazio” non si sfugge. Singolare ed esaustivo, a tal proposito, il colloquio intercettato tra Romeo ed Amedeo, profilo già tracciato dagli inquirenti e per altre ragioni della stessa natura. «Questi non contano – in riferimento ai Maduli – questi sono tutti arrivati… che sono sponsorizzati da un politico». «Come si chiama il cugino della Catalfamo? L’assessore qua sopra? Ehh, Cannizzaro…».

I.T.