Zingaretti e il bicchiere mezzo pieno, «mai più divisi»

Il segretario nazionale del Pd torna in Calabria, sul “luogo del delitto”, dopo il voto. «Uniti avremmo vinto». Chi ha diviso e perché alla prossima puntata. Per ora, dritti col petto in fuori. «Primo partito anche qui e unica certezza nel Paese contro le destre, ci davano per morti»

«Dividersi è un errore, divisi si perde». Post mortem, cioè a divisioni invece consolidate (se non ricercate) e ad elezioni regolarmente perse ecco il gran ritorno in Calabria di Nizola Zingaretti. Il segretario nazionale di un Pd che ancora non ha scelto da che parte bere il bicchiere, atteso che non li so può capovolgere sennò l’acqua (o il vino) cade. È mezzo pieno, come è facile intuire. Da un lato la tenuta, profonda tenuta. Anche paradossale rispetto alla intifada sparsa in giro e non da oggi in terra di Calabria. Dall’altro la sconfitta, la botta, la palla che ora la guarderanno con il binocolo per cinque anni, salvo imprevisti di natura drammaticamente non per forza politica. E così il bicchiere sta sospeso un metro sopra la tavola poco imbandita. Il bicchiere del Pd, ovviamente. Si può far festa per essere arrivati primi in assoluto e vedere ora gli altri a governare danzando tarantelle? Ci si può autocongratulare per la scelta di gettare in pista Callipo che (sondaggi riservati alla mano) è andato al di sotto delle aspettative? E per converso, si può definire perdente il primo partito in Calabria e quello potenzialmente dal gruppo più grosso in consiglio regionale? Nel dubbio, e col bicchiere che sta sospeso tra mezzo pieno e mezzo vuoto, Zingaretti (con Callipo) è tornato sul luodo del “delitto”, è tornato a Catanzaro. E tra coronavirus e prescrizione la prima uscita conterranea, al confine tra paradossale e provocatoria, l’ha dedicata all’unità mancata nel centrosinistra. Con tutte le orecchie possibili a fischiare, persino avendone tre a testa a partite da Mario Oliverio del quale non si fa fatica a immaginare la risposta intima alla “provocazione” post mortem di Zingaretti. «Queste elezioni in Calabria siano un insegnamento – ha corroborato la tesi Zingaretti -: vale l’unità, non dobbiamo commettere più questo errore. Mai più – ha aggiunto – commettere l’errore di liti, sgambetti, interviste l’uno contro l’altro. Ci deve essere dibattito ma poi si combatte insieme, uniti e solidali perché l’avversario non è tra noi ma sempre dall’altra parte». Già. Chissà quale parte però, penserà qualcuno. Dopo di che Zingaretti è passato a vestire i panni dell’indiscusso segretario dell’indiscusso primo partito dell’opposizione, se non l’unico. «Il centrodestra viene al Sud solo in campagna elettorale a chiedere i voti e poi scappa» ha risuonato con discreti decibel. «Non so – ha poi proseguito il segretario del Pd – se tanti leader della destra che hanno battuto questa terra prima del voto sono tornati: penso di no, ma noi siamo fatti così, quando ci prendiamo degli impegni si torna e ora si rilancia nella strada del rinnovamento e di un piano per la Calabria, perchè questa terra va amata e ha bisogno di un grande riscatto». Secondo Zingaretti, «il centrodestra viene al Sud solo in campagna elettorale a chiedere i voti e poi scappa. Io non vengo qui solo per chiedere voti ma per essere vicino a questa terra e per promuovere il riscatto. Questa è la differenza. Ora – ha evidenziato il segretario del Pd – si apre una fase nuova anche in Calabria: il piano per la Calabria e ricostruzione di una forza politica e di un campo di forze per spingere il nuovo governo che non si è ancora insediato in Calabria a mantenere gli impegni, perché non si possono rubare i voti alle persone». Detto che «ho difeso e difendo la scelta di candidare Callipo» e ribadito che «senza divisioni avremmo vinto» Zingaretti ha preso a volare alto. Molto alto. Del resto gli argomenti non mancano di questi tempi per eludere rorge locali. Dal coronavirus, «in questi casi bisogna sentire la scienza e affidarsi alla scienza. La scienza ha dato delle indicazioni al governo, che mi risulta ha preso una posizione ancora più radicale: ha sospeso i voli dalla Cina all’Italia, quindi non so come arrivano, a nuoto…». Alla prescrizione, «abbiamo chiesto al presidente Conte di produrre una sintesi e credo che sia giusto, anche perché gli italiani ci guardano e noi vogliamo un governo che produca fatti. Credo invece che le continue polemiche creano solo danni e rafforzano le destre». A Renzi, stratificato convitato di pietra, «perché dovrebbe lavorare per far cadere il governo?. Siamo sicuri che gli convenga?». Planando, nemmeno poi così dolcemente, sulla virilità finale della sua visita post mortem di Calabria, il “luogo del delitto”. «Abbiamo costruito un nuovo protagonismo» ha chisoato. «Nel 2018 abbabbiamo subito la più grande sconfitta nella storia del Dopoguerra: il dibattito era “ormai c’è un bipolarismo, Lega e M5s, il Pd è marginale, andatevene a casa”. Poi abbiamo combattuto con le nostre forze, la nostra voglia di combattere, con le nostre ragioni e oggi dopo solo un anno e mezzo il Pd è la più grande forza di governo nel Paese. Cresce nei sondaggi e di questa maggioranza, fatemelo dire, siamo l’unica forza politica che sostiene questo governo che dalla Valle d’Aosta alla Sicilia combatte contro le destre a viso aperto e con coraggio». Già, sacrosanto coraggio. Con qualche dubbio in coda, o nelle periferie. Bere o no il bicchiere mezzo pieno di Calabria?

I.T.