«In piazza per Gratteri c’erano solo 1.500 persone… »

“Non è l'Arena” e Giletti ancora “all'assalto” di Catanzaro. Nel mirino, per la vicenda “gettonopoli”, l'intero consiglio comunale e il sindaco Abramo ma nel calderone ci finisce anche la famigerata freddezza “sociale” dei conterranei

Quando punta, punta Massimo Giletti. E non molla facilmente la presa anche perché, evidentemente, fa cassetta espositiva la vicenda dei 29 consiglieri comunali di Catanzaro indagati nell’ambito dell’inchiesta “gettonopoli”, così come viene volgarmente riconosciuta. E poco importa se sul ring, nell’ultima occasione, sale Di Pietro che per sua ammissione non sa nulla della faccenda e il redivivo Cecchi Paone, rigenerato alfiere di una stagione mediatica che non fa più mistero di dover puntare sul qualunquismo per far presa. Ancora una volta l’intero consiglio comunale di Catanzaro nel cuore della puntata domenicale di “Non è l’Arena” e ancora una volta il mattatore pop e inevitabilmente pop, Giletti, picchia forte in testa, anche e soprattutto sulla ormai famigerata freddezza “sociale” dei catanzaresi e dei conterranei in genere. Finché non tuona, «ma se in piazza per Gratteri l’altro giorno c’erano solo 1.500 persone, ce ne dovevano stare 10mila, 20mila… » giusto a significare che c’è distacco (secondo lui) tra l’intimità della vita quotidiana e la rilevanza sociale delle iniziative. Persino distacco, disincanto, per qualcuno rassegnazione. Tra Di Pietro che non sa, Cecchi Paone “travestito” da moralizzatore e Giletti a picchiare in testa la parte del “diavolo” (così come era toccata a Polimeni l’altra volta, presidente del consiglio comunale) tocca a Giulia Zampina, giornalista di “Catanzaroinforma” che è in studio come ospite per aver deferito singolarmente all’ordine nazionale dei giornalisti tanto Giletti quanto Paone. Presunta violazione dell’obiettività professionale, secondo Zampina, l’aver reiteratamente accostato nel calderone de “Non è l’Arena” l’inchiesta “gettonopoli” con “Rinascita Scott”.

Aver mescolato e con cura il fascicolo della procura di Catanzaro su presunti raggiri dei consiglieri per incassare i gettoni delle commissioni con quello della Dda dello stesso capoluogo che ha rastrellato il Vibonese per presunte connivenze economiche e sociali con il clan Mancuso. Il mestolo che gira non convince Zampina che chiede provvedimenti di carattere disciplinare nei confronti di Giletti e Paone ma è sostanzialmente questa, la scusa buona, per riaccendere le telecamere ancora una volta tra i vicoli del capoluogo. E si parte con zaino in spalla alla caccia di Abramo, che non si trova e di cui non v’è traccia (per La 7) nemmeno all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Tra porte innervosite che si chiudono in faccia, negli uffici comunali, e il consigliere Costanzo che non si tira indietro («perché mai dovrei dimettermi, pensi che due di questi consiglieri indagati si sono candidati e sono stati eletti pure in consiglio regionale, Mancuno e Notarangelo…») all’improvviso (ma non troppo) piomba in studio l’ormai ex consigliere Fabio Celia. Indagato tra i 29 indagati. Pentito tra i non pentiti. Lui sì che si arma di coraggio e dignità e si dimette e chiede a tutti gli altri consiglieri di fare lo stesso. Lo fa con “annunciazione pubblica”, dagli studi di La 7. Andiamocene tutti a casa per dignità di padri e uomini, tuona Celia. Che denuncia trasversalismi clamorosi a Catanzaro nonché un particolare attaccamento di tutti alla poltrona e alla regnanza attuale di governo perché stanno per arrivare 40 milioni di Agenza urbana. Giulia Zampina (che Giletti ad un certo punto apostrofa come «funzionaria della Regione Calabria») la parte prova a farla fino in fondo. «Ma Fabio (riferendosi a Celia) perché non vi siete tutti dimessi il giorno stesso dell’inchiesta, il 12 dicembre? Perché non lo hai fatto prima? Hai aspettato la campagna elettorale per le Regionali?». E il mestolo gira. Con Barbagallo in sala (introdotto e cristallizzato in studio come eroe conterraneo antimafia che pur di restare duro e puro è finito per alimentarsi grazie alla Caritas) a dipingere di rivoluzione francese (mancata) la destinazione di Calabria. Terra dove quasi tutto è ‘ndrangheta e quello che non lo è lo diventa per definizione induttiva, grazie alla silente reticenza a manifestare in piazza. Il sottofondo scenografico questo è. E il mestolo gira, con Cecchi Paone a gestire patenti e licenze e il ruolo del malcapitato di turno a prendere cazzotti per tutti (Polimeni qualche settimana fa, Zampina ieri). Tocca a Giletti poi alla fin fine distribuire un po’ di senso anche politico alla puntata. «Vedete che quelli lì, a Catanzaro, hanno siglato un nuovo accordo per governare ancora, pare abbiano trovano una nuova intesa». E qui il mestolo gira ma si rende anche disponibile a letture di retroscena. Chi e perché allora agita il pentolone mediatico attorno a Catanzaro? Quale è il vero obiettivo delle puntate seriali di Giletti? Solo i gettoni di presenza? C’è dell’altro? Le prossime puntate (che ci saranno) potrebbero non rivelarlo lo stesso…

 

 

I.T.