Gratteri ministro per una notte: il mistero in tv

Il procuratore di Catanzaro, ospite di Floris su “La 7”, racconta quelle ore nel febbraio del 2014. Il ruolo di Delrio e di Napolitano, «chi mi vuole bene dice che devo accendergli due candele ogni mattina...»

Il bigliettino con cui Renzi si è presentato al Quirinale nel febbraio del 2014 per presentare la lista dei ministri a Giorgio Napolitano. Si legge chiaramente, in merito a Gratteri, “magistrato in servizio”

È uno dei passaggi meno chiari della storia recente del Paese. Forse tra i più densi di significante e significato. Certamente tra i primi per effetto, e per cause. Per cose mancate e cose avvenute. È la “notte” di Renzi, di Delrio ma soprattutto di Nicola Gratteri. Ed è la “notte” del grande veto di Giorgio Napolitano, il capo dello Stato che dopo più di due ore stralcia il nome del procuratore capo di Catanzaro dalla liste dei ministri che Renzi aveva compilato a penna prima di salire al Colle. Non è ancora chiaro se è questa anche la “notte” della giustizia e della magistratura italiana. Certamente lo è stata per le dinamiche di quella calabrese perché dopo poco più di due anni Gratteri si insedia al vertice della procura e del distretto antimafia del capoluogo. Non è sangue caldo che riaffiora ma è l’asse portante, il core business, dell’ultima puntata di “Di Martedì” di Giovanni Floris su “la 7”. Ospite c’è proprio lui, Nicola Gratteri. Che non ci mette molto a catalizzare attorno a se telecamere e silenzio in sala. Di quelli importanti. Racconta quelle ore e lo fa a metà tra super consulente inattaccabile sul versante della riforma della giustizia e ministro che poteva essere e (per ora) non è stato. E svela senza inciampi tutte le intercapedini delle 24 ore che vanno dal 21 al 22 febbraio del 2014. «Ho conosciuto Renzi per la prima volta il giorno prima della presentazione della lista dei ministri. Mi ha chiamato Delrio, chiedendomi di salire a Roma». Non è un dettaglio proprio così trascurabile questo. Gratteri che conosce Renzi solo nelle immediate ore della vigilia della “notte”, tutto il tramite lo fa Graziano Delrio, «che avevo conosciuto in qualità di sindaco di Reggio Emilia». Del resto, Delrio, è sempre stato molto attento alle dinamiche calabresi, non per forza tutte politiche. Persino con qualche imbarazzo qua e là da spiegare, come le foto scattate a Cutro con alcuni personaggi più border che line a proposito dei Grande Aracri e del loro predominio proprio in Emilia. Interrogato come persona informata sui fatti Delrio non ha mai negato quelle “ingenue” ed elettorali foto e non ci sono mai stati sviluppi di alcun tipo a suo carico. Ma la Calabria l’ha sempre monitorata in conto proprio e per quota parte renziana, allora. E non avrà mancato di annotare e poi illustrare al leader le straordinarie qualità investigative del più rivoluzionario dei magistrati italiani. Di cui Renzi, palesemente, se ne innamora. «Siamo stati più di due ore a parlare di giustizia e di riforme che avevo in mente, la rivoluzione. Gli ho detto che non ero interessato a fare il ministro perché sono uno abituato a decidere e la politica non decide mai niente. Ma lui ha insistito – ha raccontato ancora Gratteri -. Con forza. E mi ha garantito che avrebbe fatto passare tutte le mie proposte, sedendosi a fianco a me in Parlamento. Mi ha convinto e ci siamo lasciati quella sera, era tardi ormai, d’accordo. Il giorno dopo mi richiama e chiede garanzie, non è che ti penti? Gli ho risposto che sono uno che ha una parola sola. Se posso fare quello che ho in mente allora accetto».

Il resto, racconta in studio un Gratteri solido ma inevitabilmente coinvolto sul punto, è la porta di Giorgio Napolitano che non si apre per più di due ore con la lista dei ministri consegnata da Renzi. «In quei minuti ho anche detto che ero certo che stavano litigando per me. Qualcuno rideva, avevo ragione io… ». I titoli di coda sono a carico di chi aveva fatto per primo il numero di telefono. Cioè Delrio. «Era dispiaciuto assai, non sapeva come dirmelo. Ma a me è andata bene così perché comunque era una decisione sofferta assai quella di diventare ministro. Molto combattuta. Chi mi vuole bene dice che devo accendere due candele a Napolitano ogni mattina… ». Già, le candele da accendere a Napolitano. Due per ogni mattina. Chissà se ce ne sono altri che debbono fare la stessa cosa ogni giorno o se magari sono di più quelli che riavvolgerebbero il nastro e tornerebbero a quella “notte”. Augurandosi esiti diversi. Il mistero resta intatto e non è sangue che scorre quello negli studi di Floris. È un incrocio che non ha mai conosciuto semafori. Renzi sale al Colle con il nome di Gratteri (“magistrato in servizio”, pubblichiamo la foto) ma ne esce con lo stralcio del Capo dello Stato. Al suo posto, a capo del dicastero della Giustizia, viene scelto Andrea Orlando. Già, ma perché? Secondo “il Fatto quotidiano”, nelle cronache di quelle ore, una fonte anonima ancorché presente all’incontro nella stanza di Napolitano avrebbe rivelato che il Capo dello Stato si sarebbe lasciato andare al diniego assoluto perché non si poteva consentire a un magistrato di diventare Guardasigilli. Tanto più se in servizio, come annotato negli appunti dallo stesso Renzi. Il quale però l’avrebbe presa così male da ribattere a muso duro al Capo dello Stato, tipo: e allora Nitto Palma? Non era magistrato quando è diventato ministro? Della serie, c’era e c’è dell’altro all’origine del grande veto di Napolitano, che Gratteri (parole sue) non finisce mai di ringraziare con due candele al giorno, secondo quanto gli consiglia chi gli vuole bene. Ma il “perché” resta intatto. Ancora oggi. Le ormai preistoriche ricostruzioni di sei anni fa narrano di possibili veti politici, tipo quello di Alfano, «troppo giustizialista». O di Berlusconi, cosa che invece lo stesso Cav ha sempre smentito, «lo conosco poco, basta che non sia di Magistratura democratica». Mai nessuno ne è venuto a capo per davvero della faccenda. I problemi eventualmente creati da Alfano hanno fatto il giro di un giorno all’epoca, troppo debole e ininfluente l’ex ministro per condizionare uno come Napolitano. Figurarsi Berlusconi, che anzi con un veto palese avrebbe rafforzato del tutto la posizione di Gratteri agli occhi del Capo dello Stato. E allora? Floris ci prova. Marco Damilano lo stesso. Ma con grazia e non se esce. Se mai sarà possibile uscirne. Resta il ministro mancato, o ministro per un giorno. Quello che voleva combattere il sovraffollamento delle carceri con le celle solo per reati da 41 bis, il resto ai servizi sociali. Quello che voleva riformare il codice penale con l’informatizzazione dei fascicoli e le fasi preliminari dei dibattimenti a mezzo pec. Quello dell’inasprimento delle pene per i destinatari del 41 bis. Quello della fedina penale «intonsa» per diventare onorevoli, «serve uno sbarramento netto, chiaro e feroce». Quello che ha fatto innamorare Renzi e gli ha fatto battere forte il cuore, fino a scrivere “magistrato in servizio” su di un appunto che è risultato fatale poi per Napolitano. Quello convocato da Delrio, il renziano dell’epoca con più cose di Calabria nella vita quotidiana. Quello, ministro mancato o ministro per un giorno, che ancora i grandi talk chiamano per sapere come si rimette in piedi il sistema…

D.M.