Panico Pd, è fuga civica dopo la “dissoluzione” 5Stelle

Il Nazareno in grande difficoltà nell'intercettare e convincere un profilo forte e socialmente affermato per difendere la Calabria da quella che appare come una sconfitta annunciata. Ribadito il “no” a Oliverio per tramite di un sondaggio Swg (Repubblica) resta un problema non da poco, dopo la liquefazione dei “grillini”: chi candidare verso una onorevole batosta elettorale?

«Il punto è che se i Cinquestelle portano il simbolo nelle urne di Calabria prendono ad occhio e croce oggi tra il 5 e il 7 per cento, stando ai sondaggi che abbiamo in tasca. Se poi spariscono del tutto e lasciano a casa la bandiera potrebbero non portare niente del tutto nella partita perché da un punto di vista “civico”, cioè riconoscibile, valgono poco più di zero. E lo sanno. È travolgente la loro caduta, così andiamo solo a sbattere… ». Quando il Pd si mette a fare il “Pd”. Il consigliere regionale che si intesta il virgolettato di cui sopra non si espone per non accelerare una (sua) decisione che sarà traumatica. Vale la pena continuare a inseguire una sconfitta annunciata? «Sì, annunciata, perché così nessuno accetterà di candidarsi per una presidenza che non ci sarà mai… ». Alzi la mano chi vorrebbe essere al posto di Zingaretti, oggi come oggi. Una stagione ereditata a inseguire la corsa insieme ai Cinquestelle e poi ti ritrovi, se va bene, che i Cinquestelle non ci sono quasi più. Se va male invece, si presentano ma senza il simbolo. Che è quasi peggio in termini di prospettiva elettorale. «Il Nazareno si è accorto che finire due a zero per il centrodestra a trazione Lega, il 26 gennaio, non significa solo governo a casa ma anche segreteria a casa. Con tutto quello che questo significa e lo sa bene Franceschini questo, che non a caso spinge e consiglia di staccare la spina prima a Conte, così si blinda il partito almeno». E il due a zero significa perdere l’Emilia “rossa” ma anche la Calabria con la bandiera della Lega alla Cittadella. La prima regione del Sud con Salvini al comando, sia pure mascherato dietro un candidato azzurro ma di un azzurro così sbiadito d’aver perso pure identità. Zingaretti potrebbe essere il primo segretario della storia del Pd ad aver “battezzato” la vittoria del salvinismo da Roma in giù. Mica male per il fratello di Montalbano e mica male per Franceschini e Orlando che hanno fiutato il trappolone e non vedono l’ora di tornare al voto politico. Ma il rischio del “cappotto”, del due a zero domenica 26 gennaio, c’è tutto. E col passare delle ore la partita che non t’aspetti, quella di Calabria, rischia di essere finita prima di cominciare. Notificato stavolta a mezzo stampa (Repubblica) l’ennesimo “no” a Oliverio, sia pure per tramite di un sondaggio Swg dai contorni disastrosi per l’amministrazione regionale uscente (86% di scontenti) il Pd bottiglie però non ne può stappare. Perché, nelle stesse ore, gli si sta sgretolando il partner. Sterile sta diventando. Come uno che si deve sposare e sa che l’altra, o l’altro, a letto ha poco o niente da offrire. Di Maio ormai la decisione l’ha presa per la Calabria. Niente simbolo (tesi di Morra questa) e fermi un giro. Troppo disastrosi i sondaggi ma soprattutto i voti veri più recenti (Rende ma ancor più Lamezia). E con i Cinquestelle fermi un giro e al massimo mascherati dietro una lista civica (con volti che senza Grillo nel logo non conosce nemmeno la famiglia d’appartenenza) Zingaretti misura letteralmente il “panico civico” del candidato ideale che stanno cercando. Uno ad uno stanno scappando tutti e se non l’hanno ancora fatto è solo per impegni istituzionali o di lavoro. Ha iniziato il prefetto Gualtieri, il super poliziotto che ha catturato Provenzano. Il primo nome forte a circolare è stato il suo ma chiedeva non solo pieni poteri quanto nessun nome alla sua sinistra. Della serie, fate ritirare Oliverio. Capita l’antifona ha preferito non far sporcare più il suo profilo. Poi è toccato a Talarico, il re delle cravatte. Al quale il sottosegretario Fraccaro non solo aveva garantito i Cinquestelle in forma ma in ogni caso con il simbolo in campo. Né l’una né l’altra delle promesse si intravedono all’orizzonte tanto è vero che Talarico comincia a non rispondere più al telefono. Resta in campo come nomination la sua, ce ne siamo già occupati del resto. Ma si sta elegantemente defilando. Uno che non perde una “cravatta”, che non ne sbaglia una, finisce dietro urne che lo vedono già battuto? Il “re delle cravatte”, calabrese di fama mondiale, battuto a casa sua? Non sarebbe un “nodo” semplice da ingoiare questo. Più o meno la stessa musica suonerà, se non sta già suonando, per Florindo Rubbettino. La griffe dei libri tra le più affermate nel Paese. In che romanzo farebbe spiegare che si può partire da una piccola stampa “piana” nel cuore della Presila e battagliarsela oggi con Mondadori se poi rischi di arrivare persino terzo dietro le urne? Il più incapace dei funzionari di marketing, a lui come a Talarico, non può che consigliare di staccare il telefono nei prossimi giorni. Giusto per non lasciare tracce di inimicizia in giro. Perché essere portati in trionfo piace a tutti. Piace di più. Non è da tutti ma quando si è tra i “tutti” scendere dal cavallo non è semplice. E se proprio il Pd di Zingaretti deve trovare un volto adatto per i pieghevoli da sconfitta deve scendere di un gradino nella scala delle pretese “civiche”. E lasciare perdere i pezzi da novanta. Ci si può pure accontentare di un “talento” in fasce, un viso che non si vergogna la sera del 26 gennaio a farsi intervistare dopo lo sbarco più a sud della storia della Lega…
I.T.