L’Umbria (e le procure) tengono tutto congelato

Fiction elettorale fino a fine mese con i concorrenti di Calabria che usano le mezze frasi “romane” per provare a forzare i tempi. A destra come a manca anche se Zingaretti vuole chiudere prima l'accordo con i Cinquestelle...

Mario Oliverio ha una pistola puntata (che difficilmente però userà) contro il Pd (che però è allo stato anche il suo partito). Il voto subito, sotto Natale. Da spaccare il tavolo e le liste di tutti ma anche, voto, a rischio isolamento per chi lo “accompagna”. Altrimenti, più razionalmente, niente stress test e niente voto sotto Natale, tra le palle dell’albero e quelle che girano per urne da aggiustare tra le “strine”. E voto il 26 gennaio, segnale di distensione verso tutto il circondario. Come dire, c’è tempo per sistemare le pratiche e lenire ferite ma c’è tempo anche (per tutti) per affinare gli eserciti. Educarli alla lotta. Irrobustire preventivi e fatture. A destra come a manca. E hai detto niente di questi tempi. Dopo di che è chiaro che senza la mannaia delle liste da presentare il 9 novembre diventa più facile e conveniente, per tutti, aspettare in tv il 27 a sera l’esito del voto in Umbria. Che splendide chiese e vino e panorami mozzafiato a parte, al netto del tragico terremoto di qualche anno fa, è nuovamente al centro del Paese più e meglio di quanto non gli consegni la geografia “fisica”. Tutto, o quasi, passa da lì, dall’Umbria. Dal suo esito a da chi alzerà la coppa del presidente. Dalle Alpi alla Sicilia è questo il primo “termometro” della tenuta del nuovo corso “giallorosso” tra Pd e Cinquestelle ma è anche, specularmente, il test che deve pesare l’accordo ancora scritto sulla sabbia nel centrodestra. Cene, pizze, riunioni a margine, strette di mano, interviste. Poco o niente ha senso nel resto delle altre regioni se non si consumeranno le urne in Umbria. Calabria compresa, ovviamente. Che guarda caso è entrata in agenda dei partiti nazionali giusto da poche ore. Il tempo di guardarsi negli occhi, stabilire dei paletti, strappare qualche nome inserendone altri e poi tutti al “ci aggiorniamo dopo il 27”. Zingaretti vorrebbe chiudere prima la pratica Calabria. Ora che Renzi è impalpabile e ora che le carte si devono scoprire, quelle del 27 appunto. Ma Di Maio non ha fretta, vuole pesare e contare i voti in Umbria. Già, il 27. Ma perché è così atteso dal Pd, dai Cinquestelle ma anche dalla Lega e da Forza Italia e da Fratelli d’Italia?
Il “giallorosso” che è in noi, l’asse appena nato tra Pd e Cinquestelle che governa il Paese, prova in Umbria il suo primo giro di pista. Con gomme nuove e senza barriere protettive. C’è una ormai ex regione rossa da difendere per il Pd e perderla sarebbe un bel guaio, anche e soprattutto mediatico. C’è l’onere del civismo da interpretare e si parte in salita ma un ultimissimo sondaggio dà un leggero vantaggio al candidato civico “giallorosso”, di questi tempi non è e non sarebbe scontato. Se il mondo che sta a sinistra dello schema porta a casa l’Umbria il gemellaggio tra Pd e Cinquestelle, che risulterebbe vincente, quasi certamente non verrà smontato per nessuna ragione al mondo nel resto del Paese. Calabria in testa ovviamente. Al netto delle Nesci e dei rifiuti di Morra ma anche al netto delle strenue resistenze di larga parte del Pd conterraneo che invece insiste sui circoli che chiedono una ricandidatura di Oliverio. Zingaretti vorrebbe l’accordo con i Cinquestelle prima del voto in Umbria, a differenza di Di Maio. Che invece preferisce aspettare ma va da sé che se il 27 il “giallorosso” vince poi è solo da replicare dappertutto, il nome è un dettaglio. Alla fine più d’uno suggerisce che prevarrà la prudenza, nonostante gli incontri previsti in questi giorni. E cioè si aspetterà, da questa parte del campo, proprio il voto in Umbria. Una possibile (ma non più probabile) sconfitta non mina l’accordo ma lo apre ad altri scenari, ad altre esperienze possibili. Se poi inveve passa la linea di Zingaretti si chiude prima e si chiude subito (probabilmente su Callipo) ma non è semplice questa strada.
Che è niente, in termini di complessità, rispetto a quello che accade e sta accadendo dall’altra parte del campo. Dove c’è Salvini che la mattina deve bere camomilla per dividersi le regioni con chi ha un settimo e un sesto del suo elettorato. Ma per il “cappotto” che insegue gli servono anche i decimali di Berlusconi e Meloni e allora tratta, si siede al tavolo con il telefonino sempre acceso, conta e respira. E partecipa al risiko, Campania a te e Puglia a me. Ma in cuor suo non chiude niente perché l’unico documento preistorico di più di un anno fa assegna a Forza Italia, per esempio, la Calabria. Per ora Salvini non obietta nulla ma anche lui, soprattutto lui, aspetta l’esito del voto in Umbria. E più d’uno è convinto che se strappa al “rosso” l’Umbria alzerà le antenne e pretenderà di più. Ovunque, al massimo in ticket con Meloni. Qui tra i boschi dell’Appennino, dove il Pci faceva il 70%, Salvini prova a lanciare la sfida finale all’Emilia e al Paese e se la spunta, con il suo candidato, potrebbe fare carta straccia di accordi scritti sulla sabbia. Calabria in testa ovviamente. Se perde, al contrario, potrebbe essere costretto ad abbassare la cresta così da far prendere definitivamente quota alle spartizioni precedenti. Tutto, o quasi, passa dal voto in Umbria del 27. Racchiuso in un cocciolatino “periguna”. Anche Di Maio aspetta per vedere che ne pensa la gente “vera” del “giallorosso”, dopo il tarocco evidente della piattaforma Rousseau. Tutto, o quasi, passa dal voto in Umbria per quanto riguarda la Calabria. Quasi, appunto. La percentuale che resta, non molta, passa per una maxi inchiesta che si fa strada a spallate nel chiacchiericcio da bar di queste ore. Un vero e proprio terremoto che spaccherebbe in due la Calabria quasi come quello vero che ha fatto a pezzi proprio l’Umbria. Dove neanche le chiese si sono salvate. Perché quando arriva, la “scossa”, non basta più pregare…

I.T.