«Incorsi in un errore». Se un giudice revoca una (sua) sentenza (senza contraddittorio)…

    Tribunale di Vibo, sezione Lavoro. Storia da confini (e ai margini) del “grande impero”. Il got revoca un provvedimento del giudice del Lavoro e poi, sette mesi dopo, revoca la sua stessa revoca «per mero errore procedurale» e senza coinvolgere tutte le controparti. In mezzo ci finisce una importante azienda (la Kernel) che rischia di rimanere impantanata in una vicenda paradossale e dai contorni poco chiari...

    Immaginiamo che ad un certo punto, e a partita abbondantemente finita, l’arbitro (su sollecitazione di una sola squadra) va a rivedersi da solo la Var a proposito di un calcio di rigore precedentemente da lui stesso non assegnato. E ritorna sulla sua decisione, nel mentre il gioco e la partita non ci sono più. Adesso per lui è calcio di rigore. Post mortem, per «mero errore procedurale». E decide, soprattutto, di assegnarlo lo stesso il calcio di rigore anche se ormai la partita è finita, la squadra che ha vinto se n’è andata e spettatori non ce ne sono più da un pezzo. Palla sul dischetto, la porta è naturalmente vuota, un calciatore della squadra “sollecitante” calcia e gol, rete. Non c’è neanche bisogno di esultare, non c’è nessuno. A questo punto l’arbitro aggiorna il punteggio finale, lo comunica alle tv e lo comunica, soprattutto, all’altra squadra che credeva di aver vinto la partita.Se togliamo il pallone da questa storia, l’aspetto tutto sommato ludico, la divisa dell’arbitro e il dischetto del rigore per il resto, per tutto il resto, può andare. Non solo è credibile, la vicenda, ma è accaduta realmente.“Campo da gioco” il Tribunale di Vibo, sezione Lavoro. Non gioca nessuno in questa faccenda e non gioca soprattutto l’azienda che rischia di finirci in mezzo, la Kernel. Un pezzo da novanta, griffe prestigiosa non solo del circondario ma fatture importanti che si muovono da anni e in tutto il Paese in materia di nuove tecnologie. “L’arbitro”, anzi il got, che revoca una sua stessa precedente sentenza è Susanna Cirianni. E lo fa sette mesi dopo e lo fa, soprattutto, coinvolgendo solo una “squadra” in campo.La storia è complicata e contorta, nel merito, ma è invece linearmente sconcertante nel suo (parziale) esito. Francesca Romana Surace è stata dipendente prima della stessa Kernel e poi della Domus. Firma prima delle dimissioni dalla Kernel e poi viene licenziata dalla Domus il 23 dicembre del 2014. Ne nasce un ricorso complicato e agguerrito e una partita giudiziaria viscida perché Surace è convinta d’essere stata in qualche modo raggirata. Intravede della continuità tra le due aziende, in termini di soci e di capitale sia pure invertito nelle proporzioni e nei ruoli. Intravede anche una stessa linea in qualche modo industriale tra le due società ma qualcuno intravede, soprattutto, requisiti determinanti per far rientrare il suo caso tra quelli trattabili con i guanti e cioè con il rito speciale ex articolo 18. Il giudizio infatti – nonostante fosse stato introdotto con rito lavoro ordinario (ex art. 414 c.p.c.) dalla lavoratrice – è stato trattato dal Tribunale di Vibo come rito “sommario” Fornero che presuppone l’esistenza del requisito dimensionale (più di 15 dipendenti ai fini dell’applicazione dell’articolo 18). Nel corso del giudizio “sommario” il giudice di prima istanza, Ilario Nasso (pare senza disporre alcun mezzo istruttorio) ritiene accertato su base presuntiva il requisito dimensionale (più di 15 dipendenti) infliggendo alle due società una pesante condanna in solido (reintegrazione della lavoratrice e risarcimento del danno nella misura di 12 mensilità, oltre la condanna alle spese del giudizio). Siamo a luglio del 2018. L’ordinanza viene subito posta in esecuzione dalla Surace con pignoramenti delle somme sui conti correnti bancari tanto di Kernel quanto di Domus (addirittura “congelando” circa 300mila euro). Ovviamente tutte e due le società promuovono ricorso, ognuna delle due per parte sua. E qui arriva lei, Susanna Pasqualina Cirianni. Il got di cui sopra, siamo sempre nella sezione Lavoro del Tribunale di Vibo. Cirianni che il 7 febbraio del 2019 sovverte la sentenza di Nasso, la prima. Con un provvedimento di revoca che ne muta il procedimento da rito sommario in ordinario. Passa insomma la linea difensiva delle due società, che proprio questo volevano dimostrare. L’eccezionalità della legge Fornero e del rito speciale e dell’articolo 18 non sono applicabili al caso. Non solo perché nessuna delle due società aveva più di 15 dipendenti al momento del licenziamento di Surace ma anche perché, pur sommando le unità lavorative di tutte e due, manco ci si arrivava. E poi la continuità industriale, societaria e seriale dei due soggetti giuridici rimane tutta da dimostrare e il got Cirianni, nella sua sentenza, è convinta della derubricazione della faccenda e del rito citando anche diverse sentenze di Cassazione. In pratica per dimostrare lo stesso progetto non solo industriale e societario ma persino colpevole del licenziamento premeditato le due società avrebbero dovuto avere delle configurazioni del tutto diverse da quelle esibite. Simili sì, con soci pure, magari con interessi in alcuni casi funzionali, ma erano e restano due aziende autonome e con quote autonome e progetti industriali differenti. Questo provano a dimostrare gli avvocati e la sentenza di Cirianni li premia. Kernel e Domus hanno due storie diffrenti e due destini non sovrapponibili. Non c’è continuità e quindi non può configurarsi il grave caso del licenziamento premeditato che poi fa scattare il rito speciale e l’ex articolo 18. E allora, dice in soldoni la Cirianni, non si rientra nella legge Fornero (non ci sono più di 15 dipendenti al momento del licenziamento, neppure sommandole le aziende) e non si rientra nella “specialità” dell’articolo 18. Tradotto, è un licenziamento da trattare con reintegro (al più) o con proposte simili ed economicamente concilianti. Niente a che vedere con la batosta della sentenza di Nasso. Siamo a febbraio del 2019. Sembra fatta per Kernel e Domus che non si immaginano quello che accadrà più in avanti. Nel frattempo, le due società, dopo la sentenza del got chiedono e ottengono la sospensione delle rispettive esecuzioni. Ma sette mesi dopo arriva il silente colpo di scena. Silente perché ha camminato sottotraccia senza che le parti legali, né di Kernel né di Domus, ne fossero al corrente.È il 16 settembre dello stesso anno. Siamo sempre nel “campo da gioco” del Tribunale di Vibo e sempre il got Susanna Pasqualina Cirianni decide di revocare la sua stessa sentenza di febbraio. Sulla base di un «errore procedurale» revoca «l’ordinanza del 7 febbraio e conferma in ogni sua parte l’ordinanza del 2 luglio del 2018». Quella di Nasso, per intenderci. Quella pesante e trattata con rito “speciale” anche senza che ve ne fossero i requisiti (così come aveva sentenziato poi Cirianni). Siamo all’arbitro che rivede la Var di cui sopra. Siamo al calcio di rigore assegnato a partita finita. Siamo al gol a porta vuota. Il giudice che rinnega la sua stessa sentenza che «per mero errore procedurale» aveva emesso. Poco più che stupefatte le parti legali delle due società (che ora, carta e penna, scrivono e spiegano il “caso” al Csm in un esposto). Con sfumature di inquietudine perché non sapevano né si aspettavano niente né erano mai stati minimanente coinvolti in questo nuovo giudizio. Solo a seguito di un controllo del fascicolo telematico i procuratori di Kernel e Domus vengono a conoscenza del fatto che, verosimilmente, alla base di questa nuova sentenza (la revoca della revoca) vi erano tre istanze di revoca della prima ordinanza del got Cirianni depositate dall’avvocato di Surace, Domenico Natale (griffe nota nel circondario, famiglia di avvocati con una figlia giudice). Istanze mai notificate ai difensori di Kernel e Domus. Così che Cirianni, in assenza di contraddittorio, revoca se stessa e la sua sentenza di febbraio. E siamo al “rigore” concesso quando la partita è già finita e la squadra che ha vinto se n’è andata a casa. Il “rigore” cercato da chi invece non ha mai lasciato il campo depositando istanze in gran segreto…

    I.T.