Rione sanità, Speranza “giudice” per Campania e Calabria

Regioni commissariate ma con destini diversi al vertice e bilanci bloccati. De Luca (per ora) intoccabile, Oliverio no. Ma nel Casertano esplode la “bomba” della clinica “Pineta Grande” e l'inchiesta promette sviluppi anche clamorosi

Il nome gli fa gioco per qualche settimana ancora e chissà se Roberto Speranza non è diventato ministro della Salute anche per questo. Da meridionale e come un “Messia” ha il compito di far intravedere la luce da qualche parte alle disgraziate terre conterranee, compresa la sua Lucania che dopo la bufera su Pittella inizia a passarsela male anche tra le corsie della salute. Ed è questa, la salute, la partita di Speranza che non a caso ha iniziato a incontrare i governatori del Sud. I conti non tornano, l’emergenza è da ordine pubblico come per esempio in Calabria e non a caso è dell’altro giorno l’incontro vis a vis con Mario Oliverio (accompagnato da Pacenza e Belcastro). Il decreto Calabria del precedente governo funziona come un “boia” a conti fatti. Assunzioni bloccate, gare d’appalto per forniture di farmaci per ospedali da tenersi fuori regione e che nessuno vuol correre il rischio di bandire. Precari sui tetti degli ospedali e a presidiare prefetture. Per non dire di Asp e aziende ospedaliere che non chiudono i bilanci e di Cosenza e Reggio che sono ormai in default effettivo, con un buco che si aggira sul miliardo di euro. Questo tenendo conto che nel frattempo si muore nelle corsie per apparenti vertigini o in sala parto. Oliverio porta al tavolo di Speranza un commissariamento che avrebbe sempre voluto (destino che invece è toccato al collega De Luca) e un bilancio bloccato per almeno il 70% delle poste.
Chi verrà dopo di lui, e anche se dovesse ritoccare a se stesso metterci mano, non potrà fare altro che assistere alla “strage annunciata” dei conti che non possono tornare. Con commissari ostili e al più estranei, per statuto, rispetto alle emergenze. E chissà quante volte avrebbe voluto essere al posto di De Luca, Oliverio. Collega della vicinissima Campania e sicuramente più “fortunato”. Coinvolto nella doppia investitura e cioè custode del commissariamento dell’altrettanto disastrata sanità nonché blindato per la ricandidatura alla presidenza della Regione. Naturalmente con la casacca del Pd, “privilegio” che Oliverio sente ormai di non poter esibire più. Eppure anche dalle parti di Napoli e Caserta i conti non tornano tra le corsie della salute. Eccome se non tornano con altrettanti numeri che ballano e altrettanti casi di malasanità e degrado criminale. Già, degrado criminale. Con incursioni della magistratura anche recenti che fanno tremare i polsi. Come la clamorosa inchiesta che coinvolge il noto imprenditore della sanità privata campana Vincenzo Schiavone (foto), un colosso del settore. Uno che non fa fatica a frequentare stanze e amici importanti nel mondo della politica regnante. È sua “l’ideona” della “Pineta Grande” (foto), ospedale privato-convenzionato che è un gigante nel comprensorio del Casertano. I più lo conoscono come punto fermo per le cure degli extracomunitari che girano attorno a Castel Volturno. Da qualche giorno è tutto sotto sequestro da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta. L’inchiesta è della procura di Santa Maria Capua a Vetere e nell’indagine oltre al proprietario (e alla moglie) ci è finito pure l’ex sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo. Importanti violazioni edilizie avrebbe riscontrato il pm Maria Antonietta Troncone. Secondo la procura non solo la struttura non poteva essere ampliata per come poi è stata anche in modo mastodontico ampliata. Quanto poi, dentro la “Pineta Grande”, sono finiti dei posti letto da accreditare in numero maggiore rispetto a quelli già messi sotto contratto. «Più ricoveri in regime di accreditamento rispetto ai posti degenza formalmente autorizzati» scrive il gip. E questo perché Schiavone da un lato accorpa in un’unica struttura (decreto Balduzzi) più posti letto sparsi in altre cliniche di proprietà. Dall’altro, secondo i magistrati, va anche oltre con le prestazioni consentite. Il tutto, secondo il pm e poi il gip, grazie alla presunta compiacenza del Comune più volte resosi disponibile. L’accordo per “l’ospedale Domiziano” è del 2003 e prevede che solo in caso di effettiva necessità sanitaria del comprensorio e stante il rispetto volumetrico dei vincoli architettonici si può procedere. Seguono anni di palla rinviata sempre in calcio d’angolo fino al cemento e agli accreditamenti più recenti e all’ampliamento senza – sospettano i giudici – che vi fosse né la necessità sanitaria né il rispetto dei vincoli -. I magistrati sospettano che attorno alla macchina comunale, destinataria dei permessi e delle autorizzazioni, si sia anche mosso il reticolo delle assunzioni e dei favori nonché (per alcuni casi e per alcune persone coinvolte in questa che è una grossa inchiesta) il ricorso alle tangenti. Tutto da dimostrare perché corposo è il fascicolo ma anche importante è l’imprenditore chiamato in causa ma ancor più denso è il numero di affari che si muovono attorno. A cominciare dai posti letto (più o meno 500) per non dire delle 1200 persone che ci lavorano, senza contare l’indotto. Ora è tutto sotto sequestro e la domanda che in queste ore fa tremare la sanità e la politica campana è semplice nella sua evoluzione. Il presunto giro corruttivo e non conforme alle leggi si è limitato al perimetro di Castel Volturno e del Casertano? Sono ridimensionati i soli attori politici coinvolti in questa clamorosa inchiesta? O si approderà inevitabilmente dalle parti del Vesuvio?

I.T.